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Il dialogo interiore
Liberamente tratto e tradotto da:
“THE INNER DIALOGUE” di Will Parfitt
Se per un momento smettete di fare ciò che state facendo e semplicemente
ascoltate ciò che vi accade dentro, scoprirete che per la maggior
parte del tempo è in corso un dialogo interno con voi stessi.
“Dovrei farlo adesso, oppure dopo?....cosa c’è per
cena?….dai, concentrati su questo, è importante….mi
chiedo se Mike mi telefonerà….” E così via.
Creiamo la nostra realtà dialogando con noi stessi sul nostro
mondo, su ciò che percepiamo, e su ciò che crediamo stia
succedendo. Questa non è necessariamente una cosa negativa, perché
ci aiuta a restare con i piedi per terra ed a relazionarci con le altre
persone ed in generale con il mondo. Diventa un problema se veniamo
catturati da questo dialogo interiore e ci dimentichiamo di tutto il
resto. Se impariamo a spegnere questo dialogo incessante, possiamo raggiungere
un luogo silenzioso in cui contattare il nostro reale potere interiore,
ed il nostro vero scopo. Raggiungiamo il mondo che sta dietro alle immagini,
ai pensieri, alle fantasie, alle emozioni, alle sensazioni.
Questo è il tema centrale di molti insegnamenti spirituali, mistici
ed esoterici. Ci sono molti modi per farlo. Per uno sciamano, non c’è
obiettivo più importante che far cessare il dialogo interiore.
Don Juan dice a Carlos Castaneda che questo è l’obiettivo
principale della magia, perchè quando è raggiunto tutto
il resto diventa possibile. In alcune tradizioni occidentali, si sostiene
che ogni pensiero mantenuto in questo stato di silenzio interiore diventa
un ordine preciso, perché non ci sono altri pensieri a controbatterlo.
Nello yoga ci sono diverse pratiche che conducono alla stessa meta.
Prima c’è l’asana, il controllo del corpo tramite
le diverse posizioni, poi yama e niyama per il controllo delle reazioni
emotive, poi dharana per il controllo della mente. Queste tecniche hanno
il solo obiettivo di raggiungere dhyana – ovvero lo spegnimento
del dialogo interiore – raggiungendo un luogo fermo e silenzioso
al proprio interno. La parola Dhyana ha la stessa radice della parola
Zen, e l’obiettivo principale della meditazione zen è lo
stesso: fermare la mente razionale, fermare il continuo chiedersi, pensare
e ragionare che ci tiene lontani dalla nostra pace interiore e dalla
nostra vera identità. Nel Taoismo lo scopo è ancora lo
stesso: nel Tao Teh Ching insegnano che il tao assomiglia al vuoto,
e possiamo ottenerlo evitando di creare il dialogo interno.
Alla ricerca dell’Anima
Molti di noi sono stati educati a credere che abbiamo un’anima
la quale, indipendentemente da ciò che facciamo, resta immutata.
Partendo da questa posizione può apparire strano l’apprendere,
appena ci avviciniamo alla maggior parte dei sistemi di sviluppo personale,
che potrebbe non essere così. Ci viene detto che l’anima
deve essere “raggiunta”, “trovata” o almeno
“sviluppata”, e non può essere data per scontata.
Guardando da questo punto di vista, si può dire che lo scopo
principale della ricerca interiore è trovare l’anima, e
poi lavorare per collegarsi ad essa. Ouspensky lo riassume molto bene
quando, descrivendo gli insegnamenti di Gurdjieff, dice “l’uomo
così come lo conosciamo non è un essere completo….la
natura lo sviluppa solo fino ad un certo punto e poi lo lascia libero,
o di svilupparsi ulteriormente con i propri sforzi e strumenti, o di
vivere e morire uguale a come è nato”.
Anche nelle discipline in cui si sottolinea la non-azione, come il Taoismo,
nulla può essere dato per scontato. Per esempio, nel Tao Te Ching,
Lao-Tzu dice: “Colui che ottiene il Tao è immortale. Sebbene
il suo corpo possa perire, egli non muore mai”. In altre parole,
è possibile non raggiungere il Tao, e, di conseguenza, morire
assieme al corpo. Salvo le poche eccezioni in cui si sostiene che non
c’è nulla da raggiungere e, soprattutto, non c’è
nulla da fare, in tutte le altre tradizioni troviamo una distinzione
fra chi ha e chi non ha “raggiunto”.
È come se ci fossero due fili che attraversano la maggior parte
degli insegnamenti sul senso della vita. Ad un primo livello, ci possono
insegnare che tutto ciò che dobbiamo fare è avere fede
in qualche maestro o insegnamento, e questo è sufficiente. Una
volta che iniziamo a porci delle domande, tuttavia, e cominciamo la
nostra ricerca interiore, troviamo che c’è un secondo livello
in cui ci dicono che dobbiamo raggiungere qualcosa oppure siamo perduti.
Nell’Induismo, per esempio, al primo livello siamo portati a credere
che l’anima è unita e indivisibile con Dio o l’Assoluto.
Poi, ci viene detto che, per realizzarci come individui, dobbiamo sottoporci
a pratiche specifiche. Allo stesso modo nel Buddismo, si dice che tutto
nella vita è un’illusione, e che siamo in uno stato di
sofferenza a causa del desiderio che pervade la dualità. La sola
verità o realtà è il vuoto assoluto. Per sperimentare
questo vuoto, tuttavia, un individuo deve compiere certe azioni “giuste”.
E se il vuoto non è raggiunto la persona è incatenata
ad un’infinita serie di legami senza senso sulla ruota della morte
e della rinascita.
Nel suo libro “The lost Christianity”, Jacob Needleman parla
della dottrina dell’anima che la cristianità ha smarrito,
e dell’apparizione e sparizione dell’anima. Egli sostiene
che “l’anima non è un’entità definita…è
un’energia reale, ma solo allo stadio iniziale del suo sviluppo
e della sua manifestazione. Chiunque può sperimentare l’apparizione
di questa energia in forma embrionale, ma quasi sempre questa viene
dispersa e non porta a nulla. Needleman arriva a sostenere che quando
il cristianesimo adottò la credenza che l’anima esiste
in una forma predefinita, questo fu un disastro per il mondo cristiano.
Quindi, se abbiamo bisogno di “trovare l’anima”, come
possiamo farlo? Come abbiamo visto, una componente essenziale di questo
processo è di spegnere il dialogo interiore e contattare la condizione
interiore di silenzio totale. Ma farlo non è facile ed implica
sforzo, perseveranza ed anche dolore.
Sono proprio questo sforzo e questa sofferenza che ci rendono capaci
di afferrare l’anima. Allo stesso modo, l’obiettivo del
“vuoto assoluto” raccomandato dal Tao Te Ching non si raggiunge
senza sforzo (anche se, naturalmente, l’approccio enigmatico del
Taoismo ci dice che se lo rendiamo uno sforzo siamo ugualmente votati
al fallimento!).
Gurdjieff ci dice che un individuo “fa un grave errore se si considera
sempre la stessa e unica persona”. Dobbiamo prendere atto del
fatto che siamo composti da molte parti e che il vero “Io”,
l’anima, appare durante la vita solo in attimi brevissimi. Essa
diventa stabile e permanente solo dopo un lunghissimo lavoro. Gurdjieff
chiamava questo lavoro “sofferenza intenzionale”. Le pratiche
del cristianesimo esoterico suggeriscono che abbiamo bisogno di lottare
contro i tentativi della personalità di distoglierci dai nostri
sforzi di andare verso l’anima. Nella nostra condizione quotidiana,
pensiamo alla vita e ci diamo spiegazioni, reagiamo emotivamente o fisicamente
per coprire le nostre sofferenze interiori, ed il nostro ego cerca in
tutti i modi di evitare la domanda “per quale motivo siamo qui?”.
Solo attraverso uno sforzo costante possiamo restare in contatto con
il nostro scopo interiore, e mantenere l’attenzione sul nostro
reale desiderio, quello di trovare un senso ed uno scopo alla nostra
vita.
Chiunque provi a visualizzare una semplice immagine, come un cerchio
blu o una croce bianca, e cerchi di mantenere quest’immagine fissa
e immutata nell’area della coscienza anche solo per un minuto,
capisce quanto è difficile concentrarsi su un unico punto. Allo
stesso modo, quando iniziamo a praticare la meditazione, lo yoga o altre
tecniche simili, ci rendiamo conto che le nostre resistenze si attivano.
La maggior parte delle persone, se viene loro richiesto di meditare
anche solo dieci minuti al giorno per un mese, si renderanno conto che,
prima che il mese finisca, avranno trovato ogni sorta di motivo per
saltare un giorno qui, accorciare il tempo là, o smettere del
tutto. Iniziare il viaggio verso l’anima può non essere
difficile, ma essere costanti nel lavoro implica sforzo e sofferenza.
Forse, se tenessimo a mente che, senza questo sforzo e questa sofferenza
non siamo nemmeno certi di avere un anima, lasciando stare la possibilità
di collegarci ad essa, forse questo potrebbe stimolarci ad una maggior
perseveranza.
Il cuore forte
Immaginate un raggio di luce bianca che nasce nel vostro cuore e si
espande davanti a voi illimitatamente. Cercate di mantenere la concentrazione
per qualche tempo su questa luce, visualizzandola nel modo più
chiaro e più definito possibile. Toccate il centro del vostro
petto con la mano destra, e immaginate che il raggio di luce che avete
inviato nello spazio ora torni a voi e si concentri nel vostro cuore.
Immaginate che il vostro intero essere sia al centro del vostro petto.
Ora immaginate un raggio di luce bianca che nasce nel vostro cuore e
sale lungo il vostro corpo fino ad uscire dalla sommità della
vostra testa, e da lì espandersi infinitamente. Cercate di visualizzare
questa luce il più chiaramente possibile. Di nuovo, toccate il
centro del vostro petto e immaginate che l’energia di luce ritorni
e si concentri nel vostro cuore. Concentratevi sul centro del vostro
petto.
Ora, immaginate un raggio di luce bianca che, dal vostro cuore, scende
lungo il vostro corpo e raggiunge il centro della terra. Visualizzate
questa luce nel modo più chiaro possibile. Come prima, toccate
il centro del vostro petto e immaginate che questa energia luminosa
ritorni e si concentri nel vostro cuore.
Ripetete i passaggi con la vostra mano sinistra, immaginando la luce
che esce nelle quattro direzioni (davanti, dietro, sopra e sotto), e
quindi si riconcentra nel vostro cuore.
Infine, ponete entrambe le mani sul vostro petto, e semplicemente siate
consapevoli della forza del vostro cuore. Prendete coscienza di entrambe
le vostre capacità: la capacità di irradiare energia dal
cuore, e quella di concentrarla nel cuore.
Questo esercizio intensifica l’energia del cuore, ed il vostro
collegamento ad esso. Rinforzare il cuore con questa tecnica è
un modo per scollegarsi dal dialogo interiore ed aprirsi alla presenza
dell’Inconoscibile.
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