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Terzo tipo in psicosintesi: dal narcisismo al Karma Yoga di Raffaella DiSavoia
Il tipo Attivo-Pratico, dunque: ovvero una personalità totalmente estrovertita, abile, materialistica, che tiene in poco o nessun conto le sfumature psicologiche, l'osservazione di sé, i movimenti dell'animo. In questo senso, l'Attivo-Pratico è completamente nel mondo. E proprio questo suo non essere in contatto con sé è una delle chiavi che, come vedremo, gli permetterà di trascendere. Quali sono le caratteristiche del Terzo Tipo? La qualità fondamentale di questa tipologia è l'intelligenza. Essa è parte integrante della creazione, ogni forma vivente è permeata di una "intelligenza inconscia", a partire dai singoli atomi. Nell'essere umano, questa qualità si esprime in tutta la sua grandezza e mostra le sue infinite potenzialità. Naturalmente, l'intelligenza non è appannaggio esclusivo di questo tipo di personalità. Tuttavia, qui assume una particolare rilevanza, in quanto la polarizzazione energetica è quasi esclusivamente mentale: "anche negli altri tipi vi può essere l'uso della mente e un'intelligenza sviluppata, ma non vi è la polarità mentale, perché le energie non sono accentrate nell'intelletto, ma nell'aspetto volitivo dell'Io o nella natura emozionale" (A.M. La Sala Batà). L'uso intelligente del pensiero è la modalità con cui questa tipologia si rapporta al mondo, e tramite cui cerca di raggiungere i suoi scopi. È un pensiero flessibile e sfaccettato, che si adatta alla realtà esterna, e da questa trae continui stimoli. Tramite la funzione immaginativa, che è preminente per questa tipologia, gli elementi esterni vengono per così dire riassemblati, dando vita a nuove forme. Il Terzo Tipo riesce a scorgere possibilità ed opportunità che gli altri non vedono. Abbiamo quindi un pensiero inventivo, che crea la propria realtà. Inoltre, è un pensiero non offuscato da emozioni: permette quindi una lucida analisi degli eventi, ed alimenta la capacità di ricavare il meglio da ogni situazione. Vorrei fare qui una breve digressione per approfondire qual è a livello spirituale l'origine e lo scopo di questa tipologia. Evidentemente, l'origine e il fine ultimo di ogni tipologia sono assai lontane dalle manifestazioni reali, che riproducono soltanto una traccia distorta della funzione originaria. Tuttavia, la genesi e le caratteristiche spirituali permettono di scorgere le modalità e gli scopi superiori di una personalità, quindi di allargare lo sguardo inserendo le caratteristiche in un contesto più ampio, che va ben oltre le manifestazioni patologiche. Secondo la teoria esoterica dei sette Raggi, questa tipologia è denominata "Intelligenza Attiva". Si tratta, come abbiamo visto, di un tipo polarizzato sul piano mentale. È una intelligenza che causa attività: cioè un pensiero che si esprime nel mondo. È l'uomo che "concepisce un'idea, usa mente e cervello per manifestarla, e le mani per perfezionarla" (A Bailey). È l'espressione sul piano fisico, materiale, del mondo dell' intelletto. Secondo la Bailey, il Terzo Raggio esoterico, da cui deriva il Terzo Tipo psicosintetico, nasce dalla sintesi fra Primo e Secondo Raggio: il Primo Raggio, di Volontà e Potere, è la manifestazione del potere divino, quindi lo spirito che agisce attraverso la volizione, il Logos, il Padre che vuole soddisfare il proprio desiderio; il Secondo Raggio, di Amore e Saggezza, incarna il principio d'attrazione, quindi Eros, la Madre, la materia che soddisfa il desiderio. Dall'unione di questa polarità universale nasce il Terzo Raggio, appunto di Intelligenza Attiva, il Figlio che "dal padre eredita l'impulso a desiderare, e dalla madre la tendenza alla creazione attiva delle forme". A livello superiore, quindi, il Terzo Raggio racchiude in sé sia "l'impulso motivante all'inizio della creazione" che l'esperienza nella materia. È la sintesi di Eros e Logos rivelata sul piano fisico. Consiste quindi nell'uso dell'intelligenza per costruire forme sul piano materiale, è l'espressione del Pensiero Creatore di Dio: in ultimo, è il potere di manifestare forme che rivelino il proposito divino. Il Terzo Tipo possiede qualità assai importanti, che naturalmente si esprimono diversamente a seconda del livello evolutivo dell'individuo. L'uso della mente è la caratteristica fondamentale, quindi l'utilizzo del ragionamento in ogni circostanza: e se alcuni appartenenti a questa tipologia hanno un pensiero pulito, aperto ed elastico, altri sono invece ingarbugliati in flussi di pensiero caotici e confusi. In base al livello evolutivo, troviamo in questo tipo un'intelligenza lucida e duttile, ampiezza di vedute, la capacità di aprire la mente a idee nuove, diplomazia, disinteresse per le cose di poco conto; a livelli inferiori, questo tipo spesso pecca di freddezza, pigrizia, isolamento, trascuratezza, egoismo, criticismo, mancanza di concretezza, tendenza all'intrigo e all'opportunismo. "È il pensatore astratto (), è sognatore e teorico, per l'ampiezza delle vedute spesso vede tutti i lati di un problema, e ciò talvolta ne paralizza l'azione. () la sua immaginazione è altamente sviluppata; ha i requisiti di un abile uomo d'affari, come soldato sa risolvere i problemi tattici a tavolino, ma raramente è grande sul campo; ama la musica ma è incapace di produrne; qualcuno giunge ad essere anticonvenzionale al massimo, trasandato, impreciso, pigro, incurante delle apparenze" (A. Bailey). Questa tipologia incarna l'Intelligenza Attiva: intelligenza che deve trovare una espressione nel mondo. Tuttavia, i principi superiori vengono normalmente distorti. Da un lato abbiamo, quindi, persone con una mente estremamente fervida che però non riescono a calarsi su un piano di realtà; dall'altro, troviamo persone freneticamente attive nel mondo, le cui azioni mancano di armonia, ed il risultato è una sterile iperattività; oppure, persone che utilizzano l'intelligenza per sfruttare e raggirare gli altri, come "quei commercianti, uomini d'affari o avvocati che hanno una mente vivace, un'intelligenza pronta, ma moventi egoistici e interessati" (A.M. La Sala Batà). Questo tipo è estremamente utilitaristico: egli incarna una delle grandi leggi universali, la legge di economia, ovvero la capacità di integrare e coordinare le energie, agendo in modo intelligente, quindi ottenendo il massimo risultato con il minimo sforzo. Questa abilità nasce dalla sua capacità di adattamento, cioè dal riuscire ad adeguarsi alla situazione vedendola in tutta la sua ampiezza, e traendone il massimo beneficio possibile. Egli è sempre estremamente lucido e disincantato, e riesce a volgere gli eventi a proprio vantaggio. Questa capacità, naturalmente, nasconde anche un lato ombra, e diventa spesso opportunismo, astuzia, insincerità e abilità nel raggirare l'altro, in nome di un proprio guadagno. Il concetto di guadagno è assai importante per questa tipologia: qualunque sia l'azione intrapresa, ci deve essere sempre un tornaconto, che sia monetario, o di prestigio sociale. In nome di questo guadagno egli passa sopra ad ogni questione ideologica o morale, e non si fa scrupoli di nessun genere pur di perseguire il proprio obiettivo. Per questa tipologia la funzione immaginativa riveste una importanza
fondamentale: l'immagine è il motore di ogni azione. Questo è
anche evidenziato dalla prima legge psicologica di Assagioli, secondo
cui "le immagini tendono a produrre gli atti esterni corrispondenti",
quindi l'immagine è un'azione allo stato potenziale. A livello
del narcisismo patologico l'immagine più importante, da cui origina
tutto il resto, è l'immagine ideale di sé, ed il mantenimento
di questa falsa immagine è ciò che motiva ogni comportamento.
In questo caso, l'aderenza ad un'immagine diventa un blocco al cambiamento,
in quanto la stessa immagine di sé è una struttura rigida
e immodificabile a cui fare riferimento. Ad altri livelli, la capacità immaginativa diventa capacità di concretizzare l'immagine nel mondo reale. Il Terzo Tipo è fondamentalmente un materialista. Egli si trova pienamente a suo agio nel mondo concreto della materia, è totalmente estroverso e rifugge dalle sfumature della vita interiore. La sua intelligenza mobile, non offuscata dalle emozioni, è in grado di creare collegamenti, di ideare nuove realtà, e quindi di trasportare l'immagine sul piano della materia. Da qui la capacità di agire concretamente che caratterizza questa tipologia: appartengono a questo tipo artigiani, commercianti, imprenditori, economisti, quindi coloro che manipolano il mondo materiale, che si tratti di legno, ferro, o denaro. Questo tipo è estremamente abile ed efficace nel mondo esteriore, per contro ha pochissima o nessuna familiarità con i propri movimenti interiori. Evidentemente, a livelli evolutivi inferiori la capacità di agire nella materia si esprime come uno sterile materialismo, una sopravvalutazione del successo esteriore, del denaro, del possesso, e questa visione esclusivamente materialistica è, secondo Assagioli, il difetto di base di questa categoria. Essendo così polarizzato sul piano mentale, il Terzo Tipo manca di empatia, della capacità di sentire l'altro, ed ha quindi forti difficoltà sul piano relazionale. La sua abilità di lucida analisi lo rende estremamente critico e giudicante. È molto separativo, nel senso che possiede la capacità di analisi ma non riesce a percepire cose o persone nella loro globalità, quindi le seziona creando una dicotomia buono-cattivo, in cui il cattivo è necessariamente fuori da sé; in questa modalità difensiva sono evidenti i tratti paranoici che caratterizzano questa tipologia. In altre parole, questa tipologia si difende dal dolore razionalizzando, e proiettando "il male" all'esterno. Evidentemente, queste caratteristiche unite ad un esasperato egocentrismo fanno si che il mondo delle relazioni sia per lui estremamente difficoltoso. Caratterialmente, queste persone sono spesso estroverse, precipitose
ed inquiete. Ogni moto interiore si traduce immediatamente in azione;
sono quindi focosi ed impazienti, incapaci di attendere; mancano di
autorevolezza e di armonia; hanno una notevole capacità affabulatoria
e sono assai convincenti; tendono a sdrammatizzare, con una modalità
giocosa e spesso superficiale. Ecco quindi un punto di passaggio importante per alcuni appartenenti a questa tipologia: riuscire ad evadere dal fertile mondo immaginativo e calarsi su un piano di realtà con impegno e continuità. Jung ad un suo paziente consigliò: "Prenda il primo pezzetto di terra che trova. Lo ari e ci pianti qualcosa. Non ha importanza se si impegna negli affari, nell'insegnamento o in qualcos'altro. Si dedichi una volta tanto completamente al pezzetto di terra che le sta davanti" (citato da M-L von Franz). L'importante è che qualcosa venga fatto. Non importa cosa, importa come. La prima barriera che questa tipologia deve superare è proprio il dedicarsi completamente a un'azione, ad un lavoro, è l'essere presente in quello che si fa, lottando contro l'impulso di chiudere i problemi in una scatola con impazienza e di rivolgersi ad altro. Un primo concetto chiave, quindi, è presenza: essere concentrati e presenti in ogni azione. Essere totalmente in quello che si fa, essere nel qui e ora. Evidentemente questo è un obiettivo che riguarda tutti. Ma per questa tipologia assume un'importanza particolare: proprio perché essi si esprimono nell'azione, è fondamentale che l'azione sia "perfetta". E azione perfetta significa, innanzitutto, essere interamente presenti in quello che si fa, senza farsi trascinare da possibilità future, da impulsi che distraggono, o dalla frustrazione legata alle limitazioni della realtà. Ogni azione può essere perfetta, non importa quale essa sia. Legate al concetto di presenza, sono anche altre qualità che questa tipologia deve integrare, cioè accuratezza e costanza. Accuratezza come stretto derivato della presenza, ovvero il superare l'approssimazione, la trascuratezza, l'imprecisione, la noncuranza, quindi l'abbandonare il concetto di fare tanto per fare, e cercare innanzitutto di fare bene, con cura. Costanza, nel senso di non dispersione, di superare il richiamo del mondo fantastico e delle mille altre possibilità, quindi la capacità di perseverare, di rimanere nell'azione, di concentrare le proprie energie in quello che si sta facendo. Azione perfetta significa, innanzitutto, esserci. E questo è il primo punto di svolta che questa tipologia dovrà affrontare nel percorso evolutivo. Il concetto di azione perfetta richiama alla mente molte discipline orientali, ed i numerosi maestri che hanno portato questo concetto alla sua essenza. Diventare tutt'uno con ciò che stiamo facendo, qualunque cosa sia. Non farsi distrarre. Superare la separazione fra io-che-agisco, azione e obiettivo. E più siamo in grado di essere totalmente dentro l'azione, più ci avviciniamo allo Spirito: riusciamo a percepire l'unità del tutto anche nell'operazione più umile. Lo Spirito non è chissà dove, chissà quando. È qui, ora. Ho scritto che non importa quale sia l'azione, importa come la si svolge. Questo è però un concetto che deve essere approfondito, soprattutto perché riguarda molto da vicino la tipologia che sto trattando. Devo quindi affrontare un argomento assai complesso: etica e morale. Affermare che importa solo il "come si agisce", non il "cosa si fa", sembra giustificare qualunque tipo di azione, anche la più dannosa o patologica, legittimando ogni tipo di comportamento. Ma le cose non sono così semplici. Ben pochi esseri illuminati possono porsi effettivamente "al di sopra del bene e del male". Per costoro, ogni azione è intrinsecamente giusta, essi sono al di là della realtà comunemente intesa e trascendono quindi i concetti di giusto o sbagliato. Nella realtà spirituale questa dicotomia non esiste. Tutti noi che, invece, viviamo in questa realtà duale, siamo costretti a fare i conti con questi concetti. Si pone quindi il problema di definire cosa è giusto e cosa è sbagliato. Quale azione è bene, quale è male. Sul nostro piano, non è vero che ogni azione è uguale all'altra. Su altri piani, anche azioni apparentemente estreme hanno un loro senso, uno scopo superiore che noi non riusciamo ad intravedere, hanno ragione di essere, quindi sono "giuste". Però, sul nostro piano limitato e duale, occorre cercare di capire che cosa rende una nostra azione giusta, e che cosa la rende sbagliata. Gli uomini hanno cercato nei secoli di codificare i concetti di giusto e sbagliato. Leggi, regolamenti, comandamenti religiosi sono tutti modi per mettere limiti a ciò che possiamo e non possiamo fare. Ogni popolo, ogni cultura, ha cercato di dare una struttura teorica ai propri valori. Appare evidente, tuttavia, che non esiste un giusto-sbagliato in senso assoluto. La stessa azione che è condannata da un popolo è invece indifferente per altri, o addirittura auspicabile da altri ancora. Non solo, ma anche il fattore tempo ha la sua importanza: le leggi ed i valori sociali cambiano non solo da un paese all'altro, ma anche da un epoca all'altra. Nemmeno sul valore ultimo, il rispetto per la vita altrui, troviamo un accordo. “Non uccidere” sembrerebbe un comandamento inattaccabile: eppure, i guerrieri valorosi sono da sempre simboli eroici in ogni civiltà. E se è relativamente facile ritenere "colpevole" un serial killer, molto più difficile è accusare una madre che uccide per difendere il proprio figlio. Insomma, se cerchiamo di capire dove stanno il giusto e lo sbagliato volgendo lo sguardo alle leggi, alla storia, alle religioni, non giungiamo a nessun tipo di certezza, di regola assoluta. Quindi, le cose si complicano parecchio. Se non esiste un principio certo e univoco a cui fare riferimento, come possiamo sapere cosa è giusto e cosa è sbagliato? Come districarci nel groviglio di possibilità, idee, desideri e obiettivi che quotidianamente ci si presentano? Ci viene in aiuto un celeberrimo episodio della Bhagavad-Gita, epico poema indiano: la battaglia di Kuruksetra. Arjuna, valoroso guerriero e discepolo di Krishna, si rifiuta di entrare in battaglia contro il cugino per riconquistare il proprio regno, perché nell'esercito avversario vi sono parenti e amici ed egli aborre l'idea di doverli uccidere: "Non vedo gloria nell'uccisione della mia stirpe. Come posso desiderare un'eventuale vittoria, il regno o la felicità? E' grave colpa quella che ci apprestiamo ora a commettere spinti dal desiderio dei piaceri della sovranità. Preferirei morire, disarmato e senza opporre resistenza, piuttosto che lottare contro di loro. Meglio vivere mendicando che vivere al prezzo della vita di coloro che sono i miei maestri." Dopo aver così parlato sul campo di battaglia, Arjuna lascia cadere l'arco e le frecce e si siede sul carro con la mente sconvolta da dolore". Ecco che Krishna interviene: "Come hai potuto lasciarti prendere da una tale debolezza? Non è affatto degna di un guerriero. Lascia questa meschina debolezza di cuore e alzati, o vincitore dei nemici." Arjuna, stupefatto per la dura risposta del suo Signore, risponde "Non so se è più giusto vincerli o esserne vinti. Sono confuso, non so più qual è il mio dovere". Davanti al dubbio paralizzante di Arjuna, Krishna gli parla così: "La morte è certa per chi nasce, e certa è la nascita per chi muore. Nel compiere il tuo dovere, non dovresti rattristarti di ciò che è inevitabile. Tu conosci i tuoi doveri di guerriero, perciò dovresti sapere che non c'è destino migliore che un legittimo combattimento. Se rifiuti di combattere questa giusta battaglia, certamente peccherai per avere mancato al tuo dovere. Alzati dunque, e combatti con determinazione. Combatti per dovere, senza considerare gioia o dolore, perdita o guadagno, vittoria o sconfitta; così non incorrerai mai nell'errore. Tu hai il diritto di compiere i tuoi doveri prescritti, ma non di godere dei frutti dell'azione. Compi il tuo dovere con fermezza, o Arjuna, senza attaccamento al successo o al fallimento". Arjuna è davanti ad una scelta terribile: e Krishna gli ricorda che egli è un guerriero, quindi il suo dovere è combattere: se non lo facesse commetterebbe peccato. Quello che importa, però, è che l'azione venga svolta per sé stessa, semplicemente perché è ciò che c'è da fare in quel momento, senza essere attaccati al risultato. Occorre fare il proprio dovere senza tentennamenti, per quanto sbagliato ci possa sembrare, liberarsi dal desiderio di vittoria o dalla paura della sconfitta, dalle speculazioni mentali, dai dubbi e dalle illusioni. Krishna aggiunge: "Non è semplicemente astenendosi dall'agire
che ci si può liberare dalle conseguenze dell'azione. Tutti gli
uomini sono inevitabilmente costretti ad agire sotto le influenze della
natura materiale. Nessuno può astenersi dall'agire. Compi il
tuo dovere, perché l'azione è migliore dell' inazione.
L'uomo che non offre il suo contributo all'esistenza vive invano. Ma
l'attività deve essere compiuta come un atto di devozione, altrimenti
lega il suo autore a questo mondo materiale. Si deve agire per dovere,
ed essere distaccati dai frutti dell'azione, perché agendo senza
attaccamento si raggiunge il Supremo. Colui che è sviato dal
senso dell'io crede di essere l'autore delle proprie azioni. Sappi che
l'azione nasce dall'essere, e l'Essere dall'assoluto. Dedicando a me
tutte le attività, combatti, o Arjuna, libero da ogni motivazione
personale e dall'egoismo. Io sono la causa di tutte le cause. Colui
che non è motivato dall'ego e la cui intelligenza non è
condizionata, anche se uccidesse in questo mondo, non uccide". È ormai evidente che non esistono un giusto o uno sbagliato in senso assoluto. La morale ordinaria non ci può dare risposte. Occorre quindi creare una propria visione etica. Alcuni individui "non hanno alcun senso di giusto e ingiusto; tutto ciò che hanno invece del senso morale è l'idea di piacevole e spiacevole, utile e svantaggioso" (P.D. Ouspenski). Il Terzo Tipo, nel suo narcisismo, rientra perfettamente in questa definizione: giusto e sbagliato sono filtrati dalle lenti del vantaggio egocentrico, del piacere personale. Ciò che spesso manca all’Attivo-Pratico è la capacità d'inserire le proprie azioni in un contesto più ampio. Egli non è in grado di vedersi come parte di un tutto, non vi è ne’ rispetto ne’ considerazione per l'altro; nel suo esasperato egocentrismo il solo punto di riferimento é sé stesso, ed in nome del soddisfacimento del proprio bisogno egli é disposto a tutto. Mancano, quindi, i valori morali ed etici. Il Terzo Tipo deve cambiare prospettiva, acquisire una consapevolezza diversa. Di nuovo, quello che importa non è il cosa, ma il come: ed ecco che questa affermazione acquisisce un altro elemento importante. Un azione non è mai giusta o sbagliata in sé: ciò che conta sono le motivazioni. E perché un'azione sia giusta, cioè conforme alla volontà divina, occorre che sia scevra da motivazioni egoistiche. "La sola definizione che si può dare della moralità è la seguente: ciò che è egoistico è immorale, ciò che è altruistico è morale" (S. Vivekananda). Agire per ottenere un proprio tornaconto, di qualunque tipo, inquina ogni azione, anche quella apparentemente più nobile. Al contrario, ogni azione che sia svolta per sé stessa, con animo sgombro da calcoli utilitaristici, o in nome di un beneficio altrui, conduce chi la compie sulla via della perfezione. Naturalmente, distacco dal risultato non significa agire in modo approssimativo, al contrario: occorre operare al meglio, mettendo nell'azione il massimo impegno, ma non curarsi dell'esito. Quindi, estremo coinvolgimento nell'azione, e massimo disinteresse verso il risultato. Dimenticare il proprio egocentrismo, le proprie motivazioni personali: "fate che i fini e i mezzi siano una cosa sola. Qualunque sia il lavoro che state facendo, non pensate ad altro. Eseguitelo come offrireste un culto, il più alto dei culti, e consacrate ad esso la vita, almeno per il momento" (S. Vivekananda). Il compito, qui, è l'adesione alla Retta Azione, che significa mettersi a disposizione del piano divino, diventare il mezzo con cui il proposito superiore si rivela sulla terra; in altre parole, diventare le mani di Dio. Chi appartiene a questa tipologia agisce spesso in modo impulsivo, scaltro, innovativo, ed estremamente egocentrico. Spesso, usa l'intelligenza per motivazioni errate, cioè esclusivamente egoistiche. L'intensa energia mentale che possiede è asservita al proprio desiderio. Il Terzo Tipo manipola le energie e le persone per raggiungere il proprio fine che, nel modo caratteristico di questa tipologia, è legato al conseguimento di ricchezza, gloria, o comunque obiettivi materiali. Inoltre, egli è spesso assai incline a vivere in una realtà fantastica, il che lo rende facile preda di illusioni. In effetti, il Terzo Tipo "è incline a sprecare molta energia nel perpetuare le forme illusorie di cui senza posa si circonda. Come può raggiungere la meta se corre incessantemente qua e là, tessendo, manipolando, progettando e adattando? Si agita e non viene a capo di nulla. Sempre teso ad uno scopo lontano, che si potrà realizzare in un vago e remoto avvenire, non riesce mai a raggiungere l'obiettivo immediato" (A. Bailey). Questo tipo incarna la legge di economia, ma allo stesso tempo è spesso un "esempio di spreco di energia"(A. Bailey). Anche qui, la risposta è nei livelli evolutivi: l'energia può essere incanalata ed utilizzata in modo intelligente, economico, senza dispersioni, oppure può dissolversi in mille rivoli inconcludenti. Ho già riportato la capacità manipolatoria di questo tipo di personalità, e l'approccio utilitaristico che ne riveste tutte le azioni. Vorrei approfondire brevemente questo concetto: manipolare significa agire in modo macchinoso per ottenere qualcosa, occultando le proprie vere intenzioni. Gli appartenenti a questa tipologia sono fortemente manipolativi: la loro modalità per ottenere ciò che vogliono non è di chiederlo apertamente, in quanto spesso lo stesso bisogno è negato, bensì di usare mezzi più ambigui. Essi lusingano, blandiscono, vendono fumo, accusano o ordiscono trame per ottenere il soddisfacimento. Inoltre, hanno una modalità utilitaristica, ovvero sfruttano cose e persone per i propri fini. Mi preme qui segnalare come anche queste caratteristiche, così evidentemente negative, siano il riflesso di qualità superiori. Secondo la Bailey, l'utilizzo dell'energia, e quindi la modalità di raggiungimento del proprio scopo, è diversa a seconda delle tipologie. Il Primo Raggio, cioè il Tipo Volontà, prende, ovvero "afferra senza discriminare ciò di cui abbisogna", e questo afferrare indiscriminato richiede poi di dover eliminare ciò che non serve; il Secondo Raggio, il Tipo Amore, attrae e "magneticamente impone al materiale la qualità desiderata", cioè conduce a sé e modifica il materiale ricevuto; il Terzo Raggio, ovvero il nostro Terzo Tipo, ha una modalità di manipolazione selettiva: afferra ciò che gli serve, ma discriminando: "il materiale richiesto è scelto qua e là, ed ha già la qualità desiderata". Su altri piani, quindi, la capacità manipolatoria è strettamente collegata alla legge di economia: in altre parole, questa tipologia è in grado di cogliere sempre esattamente ciò di cui ha bisogno, senza sprechi né successive modifiche, quindi con la massima ottimizzazione delle risorse, nel pieno rispetto dell'economia del tutto. Il problema, come sempre, sta nel modo distorto con cui le qualità superiori vengono recepite sul nostro piano. Evidentemente, finché l'unico movente per le proprie azioni è il beneficio individuale, non è possibile una vera crescita. Anzi, viene perpetuata l'illusione, assai caratteristica di questa tipologia, di poter raggiungere l'appagamento attraverso possedimenti terreni e successi mondani. Occorre invece un importante salto di coscienza: ovvero, il rendersi conto che noi non possediamo nulla, che possiamo solo gestire ciò che ci viene dato, ma saremo comunque costretti a lasciarlo. In questo modo, la materia diventa sacra: non si tratta più di possedere beni per mostrare la nostra grandezza, bensì di utilizzarli con responsabilità, intelligentemente, in cooperazione con il tutto. Questo non vuol dire necessariamente donare tutti i propri averi e vivere in povertà: vuol dire, invece, agire sapendo che siamo parte di un tutto, e quindi perfezionare le nostre azioni in modo che siano coerenti e armoniche con il bene globale. Proprio perché questo tipo è radicato nella materia, egli deve imparare a distaccarsene. Deve imparare ad agire nel mondo concreto con la consapevolezza che nulla gli appartiene, che egli è solo un tramite. Uno dei suoi compiti spirituali è di comprendere la sacralità della materia, ovvero la gestione dei beni in base ai valori etici, al servizio della collettività, mettendo da parte il puro profitto personale ed amministrando saggiamente ciò che possiede. Egli deve acquisire la consapevolezza che un giorno gli verrà tolto quello che ha. Ciò che gli è richiesto è di amministrare responsabilmente i beni, tenendo presente che la materia, i possedimenti, il denaro, sono manifestazioni dell'energia divina, sono mezzi tramite cui l'energia creatrice si esprime sul nostro piano, ed egli è solo uno strumento nel piano divino. "Avvolto da una moltitudine di fili, sepolto sotto cumuli di tessuti, sta il Tessitore. La Luce non penetra ove egli siede. Vede al fioco lume di una piccola candela che regge sul sommo della testa. A manciate raccoglie fili su fili, per tessere il tappeto dei suoi pensieri e sogni, desideri e mire. I suoi piedi si muovono di continuo; le mani lavorano alacri; la voce, senza posa, canta "Intesso il disegno che cerco e amo. Ordito e trama sono disposti dal mio desiderio. Qui metto un filo e qui un colore. Ne aggiungo un altro. Mischio i colori e intreccio i fili. Ancora non vedo il disegno, ma sarà come lo voglio." Altre voci si odono, all'esterno della camera tenebrosa dove siede il Tessitore; crescono di volume e potenza. Si spalanca una finestra, e mentre il tessitore grida accecato dalla luce improvvisa, il sole risplende sul tappeto intessuto. Se ne vede la bruttura…Una voce proclama: "Affacciati alla finestra, o Tessitore, e guarda il modello che è in cielo, il disegno del Piano, il colore e la bellezza del tutto. Distruggi ciò che hai intessuto per epoche intere. Non è quel che ti occorre…Ricomincia, o Tessitore. Ma alla luce del giorno. Tessi guardando il Piano""(A. Bailey). Questo estratto, assai evocativo, esprime molto bene il punto di svolta richiesto agli appartenenti a questa tipologia. La via dell'Azione consiste nell'abbandonare le proprie mire personali, il proprio desiderio egoistico, per agire in accordo con il Piano. A pochi è dato di conoscere il Piano divino, tuttavia a molti è concesso di comprendere che facciamo parte di una sola umanità, ed a tutti è data la possibilità di aprire gli occhi sull'altro, di vederlo e di riconoscergli un valore. Ciò che ci porta ad agire per il benessere altrui, travalicando il nostro senso di onnipotenza e la nostra illusione di separatezza, è sicuramente coerente con il Piano superiore. Questo è il punto di passaggio fondamentale che il Terzo Tipo narcisista deve affrontare: superare l'egocentrismo, togliersi dal centro del mondo, e semplicemente riconoscere l'esistenza ed il valore intrinseco dell'altro. In questo modo le proprie motivazioni personali vengono accantonate, i valori umani acquistano una posizione preminente, e le azioni sono purificate, guidate non più da un tornaconto individuale, ma da un senso etico del benessere collettivo. In questo senso diventano essenziali i valori etici: che non sono sudditanza
a qualche tipo di diktat morale o religioso, bensì il semplice
riconoscimento dell'altro come essere che ha un valore per il solo fatto
che esiste. Questo riconoscimento implica necessariamente il mettersi
da parte, il sospendere l'impulso ad agire seguendo i propri fini egoistici,
ed il dirigere le proprie azioni verso un obiettivo più ampio.
Il dimenticarsi di sé, e quindi trascendere il nostro piccolo
io, è il punto di arrivo in tutte le vie evolutive. Chi appartiene
a questa tipologia ha lo sguardo rivolto all'esterno, ed è questo
che gli può permettere di evolvere: la sua attrazione per il
mondo esteriore si trasforma nell'apertura degli occhi sull'altro; quindi,
nell'agire non più per sé, ma per un bene più ampio.
L'azione rimane centrale, ma cambia la modalità: non si tratta
più di produrre opportunità per il proprio beneficio individuale,
bensì di cogliere le opportunità che la vita ci presenta,
applicandosi a far fronte a necessità più vaste. Quindi,
un profondo cambio di prospettiva: invece di manipolare cose e persone
per il proprio tornaconto, occorre saper vedere ciò che la vita
ci chiede, in ogni momento, e rispondere in modo appropriato nell'ottica
di un benessere collettivo. È evidente che passare dal concetto
di "il mondo è al mio servizio", tipico della personalità
narcisistica, a quello di "io sono al servizio del mondo"
non è affatto un compito semplice. Un appartenente a questa tipologia che giunga a percepire l'esistenza degli altri, si troverà forse a percorrere la via dell'azione, o Karma yoga: ovvero, agire nel mondo per migliorarlo. Non è la via del monaco devoto, né quella della ricerca interiore. È una via strettamente legata alla realtà materiale. È la via di chi vede quello di cui c'è bisogno, e lo fa, semplicemente. Aprire gli occhi sul mondo, e sulle sue necessità, è un operazione assai dolorosa: rendersi conto di quanto c'è da fare, in questa realtà, può fare sentire impotenti, o al contrario, scatenare fanatismi e fantasie da salvatore dell'umanità. In questa via, il concetto di servizio è fondamentale: ovvero, il mettersi a disposizione del mondo, l'agire per il beneficio altrui. Occorre però aggiungere una precisazione importante: il mondo non ha bisogno di noi, esso è già perfetto in sé, in un completo bilanciamento fra bene e male: tanta è la luce, tanto è il buio, e nessuno di noi può cambiare questa realtà. L'idea stessa di vita include i concetti di morte e dolore, la felicità permanente non è di questa terra. È quindi presuntuoso e irrealistico pensare di "salvare l'umanità", o anche solo di poter ridurre il dolore nel mondo. "Noi non possiamo aumentare la felicità nel mondo, e così non possiamo aumentarne l'infelicità. La somma di piacere e dolore sulla terra sarà sempre identica" (S. Vivekananda). Quindi, in senso assoluto, nessuno può fare del bene. Il mondo "non vi richiede nessun aiuto. È un'assurdità pensare di essere nati per aiutare il mondo. È pura vanità, è egoismo che si maschera per virtù" (S. Vivekananda). Questo concetto, che appare abbastanza brutale, non deve però sfociare nel nichilismo, nella rinuncia ad agire, al contrario: è la consapevolezza da cui partire per poi adoperarsi, abbandonando ogni presunzione ed idea salvifica, rinunciando al sentimento di superiorità che ci pervade nel momento in cui "facciamo del bene". In senso assoluto, noi non possiamo "fare del bene". In senso relativo, si. Occorre però tener sempre presente che siamo soltanto tessere di un mosaico che concorrono allo stesso fine, che facciamo parte di un progetto più ampio, su cui non abbiamo controllo, e di cui non possiamo attribuirci il merito. L'adoperarsi per l'altro non è una nostra azione lodevole, non ce ne deriva alcun premio personale: al contrario, dobbiamo essere riconoscenti per l'opportunità che ci viene data, dobbiamo ringraziare colui che accetta il nostro aiuto in quanto ci regala la possibilità di dare. Non siamo noi che diamo, è la divinità che agisce attraverso di noi, e in questo essere strumenti non c'è spazio per i sentimenti di gloria personale, né per l'idea di un tornaconto. Il fare per ottenere qualcosa in cambio, il dare per ricevere, sono solo pallide ombre della vera luce che illumina questa via. Riconoscere che la realtà è già perfetta in sé allontana anche ogni tentazione di fanatismo, ogni smania di voler a tutti i costi cambiare il mondo. Non si tratta qui di fare crociate. Non c'è in questa via l'esaltazione del mistico, né la volontà solitaria dell'eroe, né lo slancio creativo dell'artista. A parte i rari casi di industriali "illuminati", come Henry Ford, che hanno lasciato un segno con le loro capacità imprenditoriali volte a migliorare la vita quotidiana, qui siamo lontani dalle grandi gesta che rischiarano la storia. In questa via siamo a contatto con la vita normale, con la quotidianità più semplice. Siamo nel mondo delle cose umili, dei piccoli gesti quotidiani, del fare e rifare, senza stancarsi, senza gesti eroici ma con una pienezza di significato che pervade ogni atto più banale. Questa è la via dell'uomo comune, che raramente passa alla storia, ma che nel suo viaggio illumina ciò che lo circonda. Forse per questo, i pochi rappresentanti illustri di questa via ci colpiscono così profondamente. Da Madre Teresa di Calcutta a Albert Schweitzer a Florence Nightingale: la storia di questi esseri umani, che hanno devoluto la propria vita agli altri, con semplicità e concretezza, risuona fortemente in ognuno di noi. Perché questa è una via che da un certo punto di vista è alla portata di tutti, non richiede atti eroici clamorosi né menti geniali superiori. Possiamo ammirare intensamente un grande scienziato o un grande artista, ma nell'intimo sentiamo che il dono speciale che essi hanno non è per tutti. Invece, davanti ad un eroe della quotidianità, che fa qualcosa che tutti potremmo fare, davanti a chi s'immerge dove c'è la necessità, e semplicemente fa ciò che serve, dedicando la propria vita ai bisogni degli altri, ci sentiamo coinvolti nell'intimo. Tutti riconosciamo che mettersi al servizio dell'altro è il gesto più profondamente umano che possiamo fare. Tutti vediamo la bellezza ed il miracolo della vita e dell'amore in questi gesti concreti, che parlano da soli, ancora più delle grandi opere d'arte o della grandi scoperte. Al di là delle caratteristiche individuali di ognuno, tutti potremmo percorrere questo sentiero, perché non richiede doti particolari o capacità speciali. È per questo che ci sentiamo così piccoli davanti a queste figure: perché ci mettono davanti, inesorabilmente, al nostro fondamentale egoismo; non ci lasciano vie di fuga, non ci permettono di nasconderci dietro a nessun alibi. Semplicemente, essi lo fanno, noi no. Queste grandi anime rifulgono in tutta la loro splendida umanità, e noi possiamo solo inchinarci davanti a loro. Ai livelli più elevati, servizio significa dedicare la propria esistenza agli altri, con compassione e disciplina. Significa compiere il proprio dovere senza farsi domande; dedicarsi anima e corpo al compito che ci spetta. Significa riconoscere la Vita in ogni piccolo gesto, in ogni respiro, in ogni oggetto che ci circonda, ed inchinarsi davanti ad essa. Estrema umiltà, quindi. Riconoscere che noi non possiamo fare, bensì è il Fare che agisce attraverso di noi. Agire ubbidendo alla necessità, senza cercare di controllare il fine e senza attribuirsi il merito. In questa concezione appare un elemento importante: se a certi livelli l'azione nasce da un impulso egoistico ad agire per soddisfare un proprio bisogno, a livelli evolutivi superiori l'uomo diventa solo un tramite per un azione che non nasce in lui, bensì ha un suo centro ed una sua ragione di essere nelle realtà spirituali. Invece di manipolare cose e persone per il proprio fine, si tratta di osservare cosa il mondo ci presenta, cosa è necessario fare, e farlo, semplicemente. In questo modo, non siamo più noi ad agire, bensì è l'azione che agisce tramite noi. Quello che c'è da fare viene fatto tramite noi. In questo senso, l'azione agisce da sola, è il fare senza fare dei maestri orientali, cioè il fare in accordo con quello che ci viene richiesto, in sintonia con le forze spirituali che chiedono di manifestarsi sulla terra: in questo agire, "il Sé che si scopre non è toccato dall'azione (); è il nostro Sé più vero, sempre uguale nell'azione e nell'inazione, nella sconfitta e nella vittoria, nella gioia e nel dolore. Al di là dell'agire, scopriamo l'Essere" (P. Ferrucci). Lavorando con estrema umiltà, facendo tacere la nostra volontà personale, i nostri umani desideri, contattiamo lo spirito, e diventiamo strumenti per l'azione divina. Chi percorre questa via si mette al servizio dell'umanità, e in questo rinunciare a sé stesso in favore dell'altro trascende i limiti della propria personalità e scopre il divino, arrivando a comprendere che la scissione fra Io e il mondo è un'illusione, che quello che faccio ad un altro lo faccio a me. Attraverso la materia, il lavoro, l'azione concreta nel mondo, giunge ad identificarsi con l'Essere Infinito.
Riferimenti bibliografici: R. Assagioli -
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