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Il solvente universale Liberamente tratto e tradotto da The Synthesist – Journal of
Psychosintesis (www.willparfitt.com)
Nell’arte occulta dell’alchimia, il temine “solvente universale” è usato per descrivere la sostanza che dissolve tutte le sostanze minori e lascia solo il metallo più puro – l’oro – al termine del processo di dissolvenza. Tale sostanza è anche chiamata “la panacea universale”, in quanto è, allo stesso tempo, l’agente curativo di ogni malattia. Questa sostanza è citata nel quarto dei sette stadi di trasformazione alchemica del metallo-anima, ed è identificata col corpo celeste del Sole, con il metallo oro, ed in generale con la realizzazione della perfezione psichica, ovvero il compito alchemico a portata di mano. Nella Cabala è riferita alla sesta Sefirah (emanazione di Dio) Tiferet identificata con la Bellezza, il Sole, il Sacro Cuore, l’Amore. La corrispondenza nell’Induismo è il quarto chakra, in posizione centrale rispetto ai sette, che include e riflette tutti i chakras superiori e quelli inferiori come uno specchio ed un punto centrale d’unificazione. Questo chakra rappresenta l’irradiazione dell’amore. Forse è anche importante notare che l’unico simbolo occulto che può includere tutte le Sefirot nell’Albero della Vita cabalistico (tutte le dieci emanazioni di Dio) è il simbolo del femminino. È identificato con Venere, l’amore femminile, l’amore della Grande Madre, un amore che nella sua forma più elevata s’identifica con la comprensione assoluta, ed in quella inferiore con l’amore incondizionato. Alfred Adler era convinto che il processo di guarigione di un paziente nevrotico sia la relazione di transfert, dove il terapeuta rappresenta la madre-società con una modalità matura e riformativa, opposta alla modalità malfunzionante con cui chi ha dato le prime cure (in particolare la madre, secondo Adler) ha rappresentato la società per il bambino, causando una formazione oggettuale malfunzionante o scorretta. Karen Horney ritiene che tutti i pazienti in psicoterapia abbiano la capacità di correggere da soli il proprio comportamento patologico; che la psiche abbia in sé le risposte evolutive, ma che sia intralciata nel suo sviluppo da vari ostacoli. Tutto ciò che il terapeuta deve fare è rimuovere questi ostacoli, e l’io si svilupperà da solo in modo sano. Non c’è bisogno di menzionare i precetti dei terapeuti esistenziali e centrati sulla persona, sull’importanza dei principi di accettazione incondizionata, relazione reciproca, genuinità e non direttività. Principi che sono essenziali ed indispensabili in una relazione che è basata sull’amore. Considerando quanto sopra nell’ottica della psicoterapia, possiamo giungere a comprendere meglio il valore dell’effetto dissolvente e trasformante dell’amore nel processo terapeutico. Cercheremo ora di dimostrare ulteriormente questo valore, mostrando le differenze con altri approcci che non sono basati su questo principio. Soggettivo contro Intersoggettivo Si sarebbe tentati di dire “soggettivo contro oggettivo”, ma la maggior parte dei terapeuti è dolorosamente consapevole che il termine “oggettivo” è in realtà soggettivo, specialmente nel loro lavoro. La diagnosi diventa solo più complicata mentre la terapia procede e le strategie terapeutiche sono spesso ribaltate dalla realtà più “oggettiva” del paziente. Possiamo quindi tranquillamente ammettere che non c’è una realtà oggettiva da comprendere in una relazione terapeutica, ma piuttosto due distinte realtà soggettive – quella del paziente e quella del terapeuta – e lo spazio di relazione fra di loro. Quest’ultima cornice intersoggettiva può esistere solo se c’è un’accettazione del punto di vista dell’altro, come se egli possedesse genuinamente il potenziale per una verità oggettiva; e può esistere solo se c’è l’accettazione della propria fallibilità e finitezza. Questo spazio nel proprio cuore per l’altra persona, non solo come simile, ma come compagno impegnato in una causa comune, è spesso reso possibile in una relazione che implica amore, perché l’egocentrismo dell’io si dissolve con l’amore e rimane solo il vero Io. È necessario vuotare sé stessi dai preconcetti e dalle difese egoistiche per aprire realmente il proprio cuore e la propria mente ad una relazione intersoggettiva che fluisce liberamente ed a fasi alterne. Uno non rinuncia alla propria saggezza ed alla propria conoscenza in questo modo, ma piuttosto libera spazio affinché esse possano funzionare, non più ostacolate dalle dighe dell’egoismo e dei suoi preconcetti. Unità contro Dualità Se dovessimo promuovere l’idea d’intersoggettività,
potremmo molto facilmente giungere ad un nuovo significato per l’alleanza
terapeutica. Quando il terapeuta sceglie una realtà intersoggettiva
invece della realtà “oggettiva” della sua propria
comprensione, un nuovo legame si forma fra il terapeuta ed il paziente.
Questo legame include un fronte comune, come compagni d’armi che
vedono il nemico davanti a loro, in una visione condivisa. C’è
un senso di cameratismo, un’idea di obiettivi comuni. In questa
cornice di mente e anima, tanto il paziente quanto il terapeuta possono
operare in un ambiente realmente trasformativo. Reciprocità contro Autorità Anche se presupporre l’esistenza in terapia di realtà intersoggettive conduce alla necessaria comprensione del paziente come un proprio simile per quanto riguarda il possesso di una verità “oggettiva”, c’è un aspetto ancora più profondo nell’aspetto esperienziale della terapia. Si deve comprendere che non c’è realmente nessun modo per porsi come un’autorità inaccessibile al paziente. Non si può essere obiettivi se non si partecipa al processo di auto-apertura. L’idea di un terapeuta obiettivo e non partecipante è piuttosto un mito, e ci sono almeno due ragioni per questo. Primo, uno non può coscientemente nascondere il proprio messaggio inconscio, che è rivelato attraverso il linguaggio del corpo ed il tono del linguaggio. Secondo, un’assenza di partecipazione energetica è in realtà una vera partecipazione, in quanto il paziente può proiettare su questo schermo bianco non solo il proprio inconscio, ma anche i contenuti di una relazione di transfert che è unilaterale. Condividendo e partecipando (naturalmente solo nell’ottica del miglior interesse per il cliente), il terapeuta è in grado di esplorare a fondo la relazione attuale, e di esplorarla dinamicamente in un analisi del “qui e ora” che può condurre alla soluzione di una vasta gamma di modelli relazionali simili del paziente. Un approccio autoritario può produrre una maggior comprensione del problema ma è profondamente carente rispetto all’autosviluppo del paziente. Se si deve credere a Karen Horney e Carl Rogers, fra gli altri, quando
sostengono che il paziente possiede le chiavi per risolvere il problema
del proprio sviluppo, allora si comprende l’immensa importanza
del fatto che il paziente prenda coscienza da solo delle dinamiche dei
propri problemi, affinché questi possano essere integrati nel
suo schema di sviluppo, apportando una profonda trasformazione della
relazione sé-oggetto. La maggior parte dei nostri pazienti raramente
ricorda i nostri commenti e le nostre interpretazioni più acute,
ma piuttosto le situazioni in cui abbiamo fornito un riscontro che per
loro era molto importante, oppure le prese di coscienza a cui sono giunti
da soli durante la terapia. Finito contro Infinito Quando le questioni relative a tempo e spazio entrano nella terapia,
ci possono essere due persone terrorizzate che affrontano un fatale
problema religioso, oppure la possibilità di un superamento.
Un epilogo religioso
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