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“Per l’armonia
della vita” - il “tai-chi” una tecnica biopsicosintetica
di Franco Camin
“Possiede vera musica in sé, solo colui che compone una
sinfonia armonizzando il corpo con l’anima” Platone
Il filo conduttore di questo elaborato è contenuto in un passo
tratto da una relazione presentata da R. Assagioli durante il convegno
“Settimana psicosomatica internazionale” di Roma del 1967;
sono qui riportati i passi ritenuti significativi per il profilo che
il lavoro di ricerca sul “tai-chi” dovrebbe assumere.
“(omissis)
La psicosintesi si è sviluppata in modo naturale e direi spontaneo,
sulla base o sul tronco della psicanalisi, quale metodo di psicoterapia
o, più esattamente, quale insieme di tecniche e di metodi coordinati
e volti allo scopo di uno sviluppo completo e armonico della personalità
umana.
I suoi fini e compiti principali sono:
1.L’eliminazione dei conflitti e degli ostacoli, consci ed inconsci,
che ostacolano quello sviluppo.
2.L ’uso di tecniche attive per stimolare le funzioni psichiche
rimaste deboli o immature.
Ma nella pratica della psicosintesi è risultato ben presto che
occorreva l’inclusione del corpo, cioè il riconoscimento
e l’utilizzazione degli stretti rapporti, delle azioni e reazioni
reciproche fra corpo e psiche. A ciò è stato dato pieno
riconoscimento teorico e pratico; perciò il vero nome della psicosintesi
è Biopsicosintesi.
(omissis)
Questa inclusione delle attività corporee deriva dal fatto che
l’integrazione di metodi strettamente psicologici con tecniche
fisioterapiche, fisio-psichiche è vista come una possibilità
di sviluppo più armonico e integrato di corpo, psiche e spirito.”
Cercherò di evidenziare come il “tai-chi” sia non
solo una disciplina corporea, ma una pratica che possiede i requisiti
per contribuire al raggiungimento dei compiti psicosintetici sopra citati.
CHE COSA E’ IL “TAI-CHI”
Il “tai-chi” che è tradotto anche come “il
Grande Ultimo”- “Il principio Supremo” è una
disciplina complet nata in Cina; deriva dalla filosofia Taoista, dal
buddismo chan e dalla medicina cinese, si basa su un concetto olistico
dell’uomo. La radice greca “olos” che significa l’intero
il tutto ha lo stesso significato del carattere cinese “chuan”
, da cui “tai-chi”-CHUAN
Il “tai-chi” può applicarsi ai molteplici aspetti
dell’esistenza portando equilibrio, salute ed energia; è
movimento fisico-energetico e mentale, è meditazione dinamica,
è una raffinata arte marziale. Ognuno la può praticare
come ritiene più utile e consono alla sua natura ed alla sua
evoluzione. (1).
Il “tai-chi” ha inizio stando in una postura corretta in
piedi nell’immobilità, l’incarnazione fisica del
principio del wu-wei, del fare nel non fare; dall’immobilità
iniziale nasce un movimento lento, naturale, con il bacino che scende
e che sale come le onde di un grande oceano. Viene descritto anche come
l’interpretazione in movimenti corporei degli insegnamenti del
libro dei mutamenti “l’I Ching”.
La pratica, vista dall’esterno, è costituita da una sequenza
fluida e senza interruzioni di movimenti codificati. Esistono diversi
tipi di sequenze, che si distinguono per il loro aspetto più
o meno marziale, per la velocità alla quale si svolgono, per
l’interiorità più o meno presente, per l’uso
di attrezzi come spade, bastoni, ventagli, ecc. I loro nomi corrispondono
a quelli delle famiglie che le hanno codificate per la prima volta,
così troviamo forme chiamate chen, yang, sun, wu.
I maestri di queste forme a loro volta sono entrati in contatto con
i seguaci di altre correnti, taoiste e di chi kung.
Tre sono le tradizioni cinesi che praticano il chi kung per differenti
vie: taoista, confuciana, buddista, ognuna lavora con preferenza su
un aspetto della disciplina; la taoista considera con più attenzione
l’aspetto energetico, lavora sulle energie sottili, secondo i
principi dell’antica arte cinese per il potenziamento fisico energetico,
mirando alla salute e alla longevità; la confuciana privilegia
l’aspetto estetico formale; la buddista nella corrente del Chan
cura l’aspetto meditativo per il raggiungimento di uno stato di
vuoto, di unione con il tutto, di scoperta della propria vera natura.
Il “tai-chi” che oggi si pratica è verosimilmente
il risultato di una mescolanza di queste sovrapposizioni verificatesi
nel corso della successione di insegnanti nei secoli. Oggi l’aspetto
marziale è forse il meno noto in occidente, mentre è stata
particolarmente messa in rilievo la sua applicazione individuale, salutistica,
rilassante, terapeutica, meditativa.
Il “tai-chi” può anche esser visto come una danza
lentissima, quasi ipnotica, come di serpenti soavemente ondosi, i piedi
a fior di terra, le braccia sospese che disegnano circoli su circoli
in un susseguirsi senza fine di spirali che si restringono e si dilatano
come per comprendere lo spazio intero. Chi lo pratica è visto
come appeso ad un filo, inserito in una invisibile corrente.(2)
Nella lentezza regolare, armonica dei movimenti subito la coscienza
si dispone perché il corpo possa gioire della minima cosa, l’attenzione
si fa vigile, si percepisce la freschezza del mondo con la pienezza
dei nostri sensi.
Le parti inferiore e superiore del corpo agiscono in modo integrato,
la parte inferiore, le gambe non sono solo usate per la stabilità,
il radicamento, per sostenere la parte superiore che agisce, ma sono
incaricate del controllo del terreno, per agire attivamente in un ipotetico
incontro, con calci che nella forme interiorizzate sembrano sempre dei
passi di danza.
Principio primo è l’assenza di forza muscolare esterna
e di rigidità; il suo riferimento archetipico è l’acqua,
il suo fluire, la sua forza morbida che vince la durezza.
Sono movimenti che favoriscono agilità e scioltezza, che servono
a distendere muscoli e sciogliere articolazioni, in particolare spalle
e bacino, dove di solito si riscontra un accumulo di tensioni; l’accento
e l’attenzione sull’equilibrio sono continui, il peso del
corpo è in lento ma continuo spostamento da un piede all’altro
e ad un altro livello impara ad evitare la dispersione, la frammentazione
per andare verso l’integrazione.
La qualità ideale del movimento è compresa tra rilassamento
totale e tensione, non è né flaccidità né
rigidità, è frutto di coordinazione precisa tra mente
e corpo. E’ essere capaci di ideare un movimento e poi lasciare
il corpo libero di eseguirlo, senza interferire di continuo su di esso.
Non ci sono spigoli, non ci sono momenti cruciali, momenti in cui il
movimento si possa dire più realizzato, più rappresentativo
di altri, ogni passaggio, ogni movimento è il “tai-chi”,
come nel cerchio un punto sulla circonferenza non è più
importante di un altro, come nella vita, in senso assoluto non c’è
un minuto di vita, più “vita” di un altro.
Il “tai-chi” sfugge comunque ad ogni descrizione, perché
nella sua essenza è un’esperienza di uno stato d’essere
dinamico, il suo apprendimento non si limita all’acquisizione
di particolari capacità motorie ma coinvolge tutto l’essere
nei suoi aspetti fisici, emotivi, mentali e non solo.
Non è da sottovalutare nell’approccio a questa disciplina,
il fatto che essa provenga da una società con una visione della
realtà non dualistica. Il nostro pensiero deriva da quello greco
che parte da un principio di alternativa, di opposizione di contrari,
di confronto, mentre il pensiero cinese poggia sulla non dualità
ed è più orientato ad osservare la relazione “dentro”
i fatti, a trovare il principio di non separazione.
Può essere significativo che i “sinogrammi” della
scrittura cinese siano classificabili in:
pittogrammi: rappresentazioni stilizzate della realtà;
ideogrammi: associazioni di idee da semplici elementi;
ideofonogrammi: composti da un radicale più un elemento fonetico
che fa cambiare significato all’insieme.
Tutto ciò ha modellato un popolo con una forma mentale che è
abituata ad associazioni mentali diverse dalle nostre.
Poiché la realtà è sempre la stessa, è evidente
che ciascun sistema darà ad essa una particolare colorazione
e che questa condurrà ad attitudini ed azioni differenti. Per
comprendere questo differente sistema di pensiero siamo obbligati ad
una revisione dei nostri riferimenti e ad intraprendere una nuova istruzione.
Svantaggiati per i nostri pregiudizi, possiamo comunque essere totalmente
aperti ad un nuovo approccio esperienziale interiore. L’allievo
è invitato a sperimentare più che a capire, ad ascoltare
non solo con le orecchie ma con il cuore, con tutto sé stesso,
a fare esperienza del proprio corpo e con il proprio corpo. Questo comporta
avere un’attenzione al corpo e alle sue parti diversa dal solito,
sentire che noi “siamo” anche quelle parti, e non che quelle
parti ci appartengono solamente.
Quando presteremo attenzione alle gambe, non saranno più “delle
gambe” create da un nostro modello mentale, oggetti dei quali
possediamo la proprietà ed il controllo, ma saranno una parte
di noi, che proprio perché è così e ci invia quei
segnali, ci permette di avere di noi stessi una certa immagine.
Abituati ai nostri meccanismi di riflessione, di reazione e di azione,
li consideriamo normali, naturali ed universali; il loro carattere apparentemente
innato ci invita poco a ritornare sulle loro origini, a considerare
la loro esistenza come molto relativa e contingente. Questo lo si nota
chiaramente fin dalle prime lezioni dove ogni allievo è messo
a contatto con un esperienza che non si lascia conquistare con un’analisi
sequenziale, uno studio lineare, perché richiede un movimento
che sembra non avere né inizio né fine, dove il termine
di un movimento è l’occasione per dar inizio nel miglior
modo al successivo. Un altro aspetto che pone qualche difficoltà
mentale è che in ogni movimento c’è la contestuale
presenza di “opposti”, secondo la legge fisica che ad ogni
azione si genera una reazione uguale e contraria: se una gamba è
“piena” ( con tutto il peso sul piede) l’altra sarà
“vuota”, mentre c’è una spinta in avanti è
presente una spinta in dietro, ci si solleva ma contemporaneamente si
sprofonda. Questo lo si sperimenta non solo fisicamente, anche nell’intenzione
del praticante deve prender sempre più forma questo modo di procedere
sintetico; tutto il nostro essere dovrebbe partecipare a livello fisico,
intellettivo e immaginativo a questa globalità in modo unitario.
I sinogrammi cinesi di YIN e YANG esprimono perfettamente l’indissociabilità
di questi due aspetti: sono composti da due gruppi grafici: il primo
è identico sia per yin e che per yang ed è rappresentato
dalla parete pendente di un monte, il secondo specifica il punto di
vista o il momento, cioè per lo yin si vede il segno che significa
in luce, per yang un segno diverso che sta a significare in ombra. La
montagna è unica, solo lo sguardo, o il momento considerato cambia.
Noi non siamo stati educati a questa visione sintetica e cercare di
sperimentarla comporta una rivoluzione interiore per percepire la simultanea
presenza dei due poli, la loro essenza comune, il dinamismo interno
alla loro relazione.
Il movimento di una parte del corpo può avvenire secondo due
modalità: analitica e sintetica; queste due modalità sono
riferite anche al comando dei due emisferi cerebrali sinistro e destro.(1)
La prima, tipicamente occidentale dirige il movimento con il pensiero
secondo un processo lineare di comandi settoriali e sequenziali; la
seconda, abbandona l’interesse per la sequenza muscolare e si
concentra più sull’obiettivo o risponde ad un processo
più istintivo, immediato, come il movimento che facciamo per
afferrare un appiglio se stiamo cadendo, o i movimenti continui della
pedalata in bicicletta che facciamo senza pensare a cosa deve fare un
piede e poi l’altro.
L’apprendimento del “tai-chi” comprende tutti e due
questi processi fino ad integrarli, si inizia generalmente con un apprendimento
mentale, logico-lineare, per continuare con un approccio più
intuitivo- esperienziale che non diventerà mai automatico, senza
coscienza, pena la perdita di uno dei suoi più validi aspetti,
l’attenzione.
Si è potuto rilevare che l’interesse e la pratica del “tai-chi”
portano le persone a provare piacere e consapevolezza per le piccole
cose, a sperimentare che sono i dettagli a fare la differenza.
Il “tai-chi” è un’esperienza fisica che dà
significato alle parole. La forza del “tai-chi” sta nell’integrazione
della forma con la libertà. Una parte essenziale dell’apprendimento
attraverso il corpo è il fattore inconscio che dipende dalla
ripetizione e dalla interiorizzazione di un modello. (9)
conoscere - possedere - trasformare
Come viene elaborato/praticato nel “tai-chi” questo progetto
fondamentale della Psicosintesi?
Conoscere:
In occidente, essere civilizzati, di solito presuppone un cervello iperattivo,
pensante, analitico e un corpo quasi dimenticato, tranne che per il
dolore , la fame, il sonno, la stanchezza.
Il primo passo nel “tai-chi” consiste pertanto nell’acquisire
maggior conoscenza, consapevolezza del proprio corpo in ogni sua parte
e nella sua situazione di oggetto pesante in movimento sulla superficie
della terra.
Ognuno dà per scontato di conoscersi, poi alla prima lezione
scopre che non ha la consapevolezza della propria abituale postura,
della linea della colonna vertebrale, che credeva di saper stare stabilmente
in piedi fermo e invece verifica che non è vero, che credeva
di sapere come cammina e di farlo correttamente, mentre ad un’esperienza
di camminata un po’ più consapevole si accorge che lo fa
con un passo stereotipato, che non è conseguenza di una libera
scelta, che il suo peso va a “cadere” sul piede che di volta
in volta avanza, senza mettere in conto la possibilità o la necessità
di cambiare direzione a metà movimento.
Tutti i maestri ed i testi di “tai-chi” dedicano molto spazio
ed importanza all’insegnamento di una corretta postura e rilassamento
del corpo, considerandoli elementi fondamentali per una circolazione
efficiente dell’energia e per un movimento armonico.
Generalmente il primo periodo di pratica è dedicato prevalentemente
ad addestrarsi a:
percepire che anche fisicamente abbiamo un centro -il tan tien o dan
tien-, localizzato un po’ sotto l’ombelico ed una periferia
(braccia, mani, gambe, piedi, testa) e che il movimento originato dal
centro è diverso da quello svolto solo dagli organi periferici;
una tranquilla ma attenta osservazione e percezione di se stessi, della
propria postura, della modalità di tenere le mani, i piedi, dell’architettura
della propria struttura scheletrica in piedi e in movimento lento;
una percezione del proprio asse e del punto dove il proprio peso va
a scaricarsi sul terreno;
una modalità di movimento lenta, fluida e continua, che verifichi
ed eserciti l’equilibrio e permetta in ogni momento la modifica
e la reversibilità dell’atto in corso;
un affinamento della percezione, che colga che cosa produce una modifica
minima di postura o di spostamento dell’origine del movimento:
ad esempio sentire la differenza di un movimento fatto coinvolgendo
solo le spalle e le braccia rispetto ad uno che è prodotto da
un movimento che ha origine nel bacino;
un’attenzione, sia verso se stessi che verso gli altri disidentificata,
neutra, che ci fa agire e non reagire fino a diventare uno strumento
sottile di conoscenza (autoconsapevolezza);
apprezzare l’armonia interiore che si è capaci di creare
con un movimento fatto bene, verificare che non è vero che si
è sempre maldestri ( autostima);
Già dopo questi esercizi preliminari spesso viene spontaneamente
attivata una maggior consapevolezza nella vita quotidiana: qualche allievo
riferisce con sorpresa di aver prestato attenzione alla propria postura
mentre aspettava l’autobus, notando le proprie spalle tese e associando
questo stato ai suoi pensieri, che stavano rimuginando su un conflitto
recente nell’ambiente di lavoro. Altri riferiscono di aver notato
un loro miglioramento nel movimento in camminate in montagna o nello
sci ecc..
Questo modo di procedere dell’esperienza che è anche conoscenza
si svolge su un percorso a spirale; si ripetono gli esercizi, cercando
di rallentarli, raffinarli, distillarli, renderli essenziali, con un
lavoro che è quasi sempre costituito da un togliere quello che
è superfluo, perché l’essenza possa manifestarsi.
Il ritorno sistematico sui propri passi fa scoprire aspetti e collegamenti
via via più sottili dello stesso gesto, magari eseguito centinaia
di volte, oppure di un fenomeno naturale esterno o di un rapporto con
una persona, ecc..
Possedere (il posto fisico, il movimento):
nella vita io occupo un posto, sento di averne il diritto? Ne sono responsabile?
Nella pratica del “tai-chi” è molto importante imparare
a creare, mantenere e difendere il giusto spazio.
Si dice che nel “tai-chi” si deve immaginare di essere dentro
una bolla a forma di “uovo”, che siamo noi a creare con
i movimenti di tronco, braccia e gambe e con l’intenzionalità.
Questa bolla deve avere le giuste dimensioni: permettere che al suo
interno si possano fare movimenti armonici, costituire una difesa adeguata,
cioè non permettere all’ipotetico avversario di avvicinarsi
troppo né essere troppo grande da presentare delle “falle”.
La “tenuta” della bolla non è solo un fatto fisico,
di postura, ma dipende anche da un campo energetico fatto di intenzioni,
di sguardi, di presenza; anche un inesperto si accorge se la bolla è
vuota, senza vita o se è piena di energia, vitale.
Questo aspetto dello spazio che si occupa è molto evidente quando
si pratica in gruppo, osservando dove e come ci si posiziona, se si
tengono le spalle curve o se si apre il petto, se si muovono le braccia
con i gomiti vicino al tronco o se si fanno movimenti ampi, dilatati;
tutto ciò esprime con un linguaggio molto chiaro quanto e come
si esercita il diritto al proprio posto nell’esistenza. Su questo
aspetto si lavora in molti modi: cambiare posto nella sala, imitare
i movimenti armonici degli istruttori, esprimere il proprio diritto
all’esistenza anche con movimenti “esplosivi” che
nella pratica non sono mai sfogo, scarica incontrollata, ma costituiscono
la conseguenza naturale di una preparazione.
I movimenti non si sviluppano mai per linee rette ma per curve, spirali,
che creano volumi, spazi tridimensionali.
E’ fondamentale percepire che con l’intenzione, la volontà
e i movimenti, creiamo uno spazio energetico più o meno ben formato..
Il corpo non è percepito come un’appendice della testa
ma come sede della coscienza di se stessi. Si può far l’esperienza
che “siamo” anche lì, nel nostro braccio.
Un’allieva un giorno riferiva che il “tai-chi” le
dava l’impressione che il suo cervello non fosse più localizzato
solamente nella testa ma si fosse “abbassato” nella zona
dello sterno.
Ken Wilber, considerato uno dei massimi rappresentanti e divulgatori
della psicologia transpersonale, nel suoi libri “Oltre i confini”
e “Progetto Atman” cita il “tai-chi” tra le
discipline che favoriscono l’acquisizione del livello di coscienza
del centauro, che, secondo la sua visione dello sviluppo della coscienza,
è un livello di ulteriore espansione, dopo che si è conquistata
la propria identità come “ego sano”.
Questa espansione passa per una fase di ripossessione del corpo. La
consapevolezza del corpo nella dimensione egoica è quasi esclusivamente
mentale: il corpo è una proprietà, una cosa e questo presuppone
una scissione, un confine tra mente e corpo che andrà integrato.
L’ego di regola si identifica solo con le azioni e i processi
volontari e li riferisce a se stesso dicendo “muovo un braccio”
ma non dirà “circolo il sangue”. Per sciogliere questo
confine vi sono diverse modalità, tutte contemplano di ristabilire
un contatto con il proprio corpo. Normalmente noi non percepiamo veramente
le nostre membra, i nostri organi, ma una loro rappresentazione mentale.
Nelle prime lezioni di “tai-chi” si cerca innanzitutto di
insegnare come creare una condizione di acquietamento generale, presupposto
indispensabile perché si possa poi contattare il corpo e sentire
i suoi messaggi. Far sedimentare il polverone di preoccupazioni e di
stimoli esterni per percepire i richiami che hanno una voce più
flebile, ma riguardano se stessi più da vicino, sentire quanti
messaggi ci sta mandando il corpo che abbiamo finora ignorato; prestare
un’attenzione che diventa prendersi cura, come di qualcosa che
non solo ci appartiene ma che è “noi”.
Io ho provato ancora verso il mio corpo una sensazione simile a quella
che si prova quando si incontra un amico che non si vedeva da tempo,
alla gioia di poter trascorrere del tempo assieme con lui.
Anche il setting dà il suo contributo in tal senso: una sala
spaziosa ed areata, ordinata e silenziosa, senza mobili e suppellettili,
i primi minuti dedicati ad una centratura in una postura comoda da seduti
o in piedi ma immobili con la schiena ben eretta, con l’attenzione
sul proprio respiro.
Se uno sta attento, in quei momenti si accorge di tensioni delle quali
non era consapevole, verifica che queste non si sciolgono così
facilmente, che ci sono voluti molti anni per costruirle e ora non sono
disposte a mollare tanto facilmente la presa; magari nel momento che
vi si presta attenzione si riesce più o meno ad allentarle ma
al primo momento di disattenzione si ristabiliranno al loro posto.
Dalla integrazione di: “mente–corpo”, “volontario–involontario”,
“voluto–spontaneo”, risulta un cambiamento della percezione
di sé. Il centauro si può dire che vive nella dimensione
temporale del presente in divenire.
Il corpo, secondo questa visione non è una realtà più
profonda dell’ego, piuttosto l’integrazione del corpo e
dell’ego è una realtà più profonda delle
due prese separatamente.
Uno degli obiettivi della pratica è di essere presenti nel movimento
ed essere contestualmente osservatori di se stessi, possedere quindi
ogni movimento con tutto il nostro essere, esser capaci di visualizzarlo,
di guidarlo mentalmente, di eseguirlo istintivamente fino a trasformarlo
da gesto obbligato a frutto di una decisione libera.
Nel “tai-chi” non ci dovrebbe essere movimento senza consapevolezza,
né movimento dove l’attenzione mentale è dedicata
ad una sola parte del corpo.
Trasformare
Cambiare: è il tema attorno a cui ruota spesso la nostra vita,
collettiva ed individuale. Lo desideriamo con forza e nello stesso tempo
gli opponiamo resistenza.
Trasformazione è movimento, il “tai-chi” è
movimento, lento continuo, senza interruzioni, una figura sfuma nella
preparazione alla successiva, come i cicli di trasformazione in natura.
Immagine di riferimento è il cerchio, dove attraverso il movimento
ogni cosa si modifica e diventa il suo opposto. L’unità,
racchiude in sé gli opposti indissolubili.
Il gioco degli opposti, rappresentati dal simbolo del Tao, è
espresso in modo cinetico nell’esercizio del “tai-chi”.(9)
Secondo la visione cinese l’essere umano è costituito da
una complessa rete di energie che si interconnettono e sono in continuo
movimento e trasformazione, essa non considera inoltre i confini della
nostra epidermide come un limite a queste interrelazioni. Senza entrare
nello specifico della materia che tratta dell’energia - termine
che in cinese, in una delle sue accezioni è chiamato “chi”
- si dice che quando la pratica raggiunge un certo livello “ la
mente muove il chi e il chi muove il corpo”.
Il sinogramma cinese che rappresenta il “chi” raffigura
il coperchio sollevato dal vapore che si sprigiona da una pentola dove
sta cuocendo il riso. E’ un’immagine che evoca la forza
della natura concreta, una trasformazione originata come da un movimento
interno.
Nell’ambito delle arti marziali il significato di questo termine
è spesso degenerato in un’accezione di forza occulta misteriosa
e magica che permette di raggiungere lo stato di invincibilità.
“Chi” si può intendere anche come espressione della
non dualità di Yin e Yang, come ciò che esprime il dinamismo
che mette in relazione le forme, ciò che crea il legame.
Nel pensiero cinese, tutto è energia, mentre per noi è
più comune concepirla come un aspetto complementare alla materia;
nel “tai-chi” il termine energia dovrebbe esser usato come
aggettivo del principio di non dualità, più che come sostantivo.
L’ideazione, l’immaginazione è parte integrante del
“tai-chi”; ogni movimento, ogni postura comporta una preventiva
immagine che deve comprendere aspetti molto più vasti del suo
apparire esteriore, questo permette la trasformazione dell’energia.
Il movimento non deve essere generato da uno sforzo meccanico ma deve
formarsi dal nostro centro, anche fisico, per l’azione cosciente
della mente che guida l’espandersi, il contrarsi, il ruotare del
“tan tien” localizzato circa tre dita sotto l’ombelico
e sede di accumulo e trasformazione del “chi”;
Nell’eseguire la forma ci si dovrebbe muovere e contestualmente
essere testimoni, questo dà una sensazione di libertà
e autocentratura.
L’armonia e l’attenzione che viene sperimentata nella pratica
è spesso trasformata in consapevolezza e sperimentata spontaneamente
in altri contesti del quotidiano.
Molte testimonianze di allievi mi hanno confermato questo, ne cito due
rispettivamente del più anziano e del più giovane e che
ancora evocano una certa commozione in me:
“ora quando prendo il vaso dello zucchero dalla dispensa “so”
che sto prendendo il vaso dello zucchero e questo l’ho imparato
dal “tai-chi” ( allievo di 72 anni)”;
“stamattina uscendo di casa per andare al lavoro, inaspettatamente
ho respirato col corpo l’aria e sapeva di primavera, ho sentito
chiaramente inoltre che se non avessi fatto “tai-chi” non
avrei avuto questa esperienza.”
relazioni tra l’IO e le altre funzioni psichiche - rapporto tra
il tan–tien e le altre parti del corpo
Scopo della psicosintesi è far emergere e rafforzare l’IO
in modo da farlo diventare il nucleo centrale che tramite la volontà
possa usare consapevolmente le varie funzioni psichiche. Scopo del “tai-chi”
è contattare, costruire, rafforzare e mantenere una costante
attenzione ad un luogo fisico centrale nel nostro corpo “il Tan-tien”
fino a farlo diventare nucleo centrale di origine e motore di ogni movimento.
Nella psicosintesi tutto dovrebbe passare al vaglio dell’Io ed
ogni azione dovrebbe nascere dalla sua libera volontà.
Nel “tai-chi” tutto dovrebbe nascere nella mente e da qui
esser trasferito al Tan-tien, che è l’io corporale che
muove tutte le altre membra con tutte le loro possibilità di
movimento.
Nella relazione con una persona si percepisce, si può dedurre
se questa sta agendo dall’io personale o se è agita da
qualche subpersonalità; quando si fa “tai-chi” o
si vede farlo da un altro si può dedurre se i suoi movimenti
nascono nella sua mente e se sono originati fisicamente nel Tan-tien
o se invece sono nati da schemi istintuali preacquisiti o sono governati
dalla memoria razionale e sono trasferiti meccanicamente alle membra
periferiche senza il coinvolgimento del Tan-tien.
Come si è frammentati a livello psichico, cioè non si
ha un unico io centrale che dirige e governa, ma ci possono essere di
volta in volta delle sub-personalità che prendono il posto al
centro della ribalta della nostra vita e impongono le loro esigenze
e modalità d'espressione, così si è frammentati
a livello di relazione con il corpo nei suoi movimenti. Non ci si percepisce
come un’unità in movimento, ma come parti alle quali si
pensa separatamente per muoverle, a meno che non siano movimenti automatici.
La disciplina del “tai-chi” tenta di portare gradualmente
l’attenzione dalla periferia al centro, richiede di focalizzare
la consapevolezza nel Tan-tien; questo non porta come conseguenza a
dimenticarsi del resto del corpo ma a creare un centro unificatore che
magnetizza attorno a se l’opera delle altre membra ed organi e
dà la sensazione di essere un’unità in movimento.
Per muoversi a livello psichico armonicamente ed adeguatamente in risposta
alle varie situazioni della vita l’IO autocosciente dovrebbe fare
il regista; per muoversi armonicamente e nello stesso tempo essere pronti
a rispondere adeguatamente a livello motorio alle varie situazioni,
il proprio Tan-tien dovrebbe far da motore di ogni movimento.
LA VOLONTA’
Siamo un io che vuole; dopodichè dobbiamo sviluppare la volontà
e renderla abbastanza forte da essere all’altezza dei molteplici
usi a cui è chiamata in tutti i campi della vita.
Il corpo è un organismo unificato, un’unità funzionale
di infinite parti diverse, una dimostrazione perfetta dell’unità
nella diversità.
Se consideriamo questo processo dall’interno, troviamo che possiamo
averne l’esperienza esistenziale cosciente. Possiamo sentirla
come un’energia intelligente, diretta verso un fine preciso, ed
avente uno scopo. Queste sono le caratteristiche specifiche della volontà
intesa come espressione dell’io sintetizzatore.
La concentrazione è una qualità essenziale della volontà,
la sua mancanza può rendere vana una volontà forte. La
concentrazione si ottiene con l’attenzione. Essere in grado di
concentrarsi deliberatamente, con un atto che combini concentrazione
e controllo, ha un importante uso pratico: quello di mantenere chiaramente
e stabilmente nel campo della coscienza le immagini e le idee delle
azioni che vogliamo compiere. Questo implica l’uso volontario
dell’elemento motore contenuto nelle immagini e nelle idee, secondo
le legge psicologica che dice: “ Le immagini o figure mentali
tendono a produrre le condizioni fisiche e gli atti esteriori ad esse
corrispondenti”.(4)
La disciplina del “tai-chi” vede nell’esercizio e
nello sviluppo della volontà, della concentrazione e dell’immaginazione
i suoi punti di forza.
Sappiamo quanto sia stata oggetto di studio da parte di Assagioli la
funzione della volontà che caratterizza l’uomo. Assagioli
dice nella sua visione che si possono individuare volontà di
diverso tipo: volontà forte, volontà sapiente, volontà
buona, volontà transpersonale.
Tenteremo ora di vedere come nell’evolversi dell’apprendimento
del “tai-chi” sia parallelamente necessario l’addestramento
all’uso di una volontà sempre più raffinata e sempre
più adatta allo scopo dell’attimo presente.
Fase della volontà forte
In realtà il movimento fisico è un atto di volontà,
un ordine impartito al corpo e il ripetere deliberatamente questi atti
con attenzione, impegno e resistenza esercita rinvigorisce la volontà.
Tuttavia per ricavare da questi esercizi il maggior beneficio, li si
deve compiere con l’unico scopo, o almeno con l’obiettivo
principale di allenare la volontà.
Tali esercizi vanno fatti con precisione calcolata e con attenzione.
Gli esercizi e gli sport più adatti a questo scopo non sono quelli
di natura violenta ed eccitante, ma piuttosto quelli che richiedono
calma, resistenza, destrezza e coraggio, che permettono pause ed una
certa varietà di movimento.(4)
Il “tai-chi” ha i requisiti descritti sopra da Assagioli
e quando si inizia ad imparare la sequenza di movimenti ci si trova
ad affrontare difficoltà di vario ordine, ad esempio: impegnarsi
alla puntuale frequenza del corso, memorizzare ed eseguire movimenti
non naturali, rispettare con estrema precisione lo svolgersi del movimento
e nello stesso tempo essere rilassati naturali, senza tensioni. In questa
fase la volontà forte ha una componente maggioritaria, serve
a superare la frustrazione della lentezza dell’apprendimento,
a usare la memoria, a imitare istruttori e compagni più esperti,
a condurre con la razionalità sequenze lineari di movimenti ad
impegnarsi con regolarità anche fuori del corso negli esercizi
appresi. Le persone con una volontà forte molto sviluppata generalmente
sono favorite nella prima fase di apprendimento, mentre quelle con una
volontà debole spesso non riescono a superare questo livello
e si precludono la possibilità di accedere ad altri livelli dove
magari sarebbero più favoriti per le loro doti di destrezza,
di sensibilità, di intelligenza motoria. Anche nel “tai-chi”
come nella vita, sembra che la volontà forte sia un prerequisito
per poter “praticare”. Vale a dire infatti che spesso una
delle maggiori difficoltà è la mancanza di volontà
per poter mettersi al lavoro.
Fase della volontà sapiente
Per capire bene la volontà bisogna avere una visione chiara ed
equilibrata della sua duplice natura: due aspetti diversi ma non contraddittori.
Da una parte l’elemento energia va riconosciuto, valutato, rafforzato
ed infine usato saggiamente. Contemporaneamente si deve riconoscere
che ci sono degli atti volitivi che non richiedono necessariamente uno
sforzo.(4)
All’inizio generalmente si ha una concezione del movimento come
di un atto meccanico, separabile, misurabile, così il debuttante
crede di poter fare, imita i gesti dell’istruttore, ma viene rapidamente
deluso per la qualità scadente del risultato che non corrisponde
alle sue aspettative. Non ha tenuto conto che il movimento è
una globalità che comprende una quantità di fattori che
egli ancora non conosce; la sua interpretazione aleatoria di quello
che ha visto, l’imprecisione della sua intenzione, le sue paure,
i suoi desideri di far bene e di evitare di far male, deformano il gesto.
Lo scarto esistente tra i modelli fino allora acquisiti e le azioni
viste, la sua incapacità di attenersi ad un corretto ritmo creano
una divisione tra interiore ed esteriore.
Dopo la prima fase di apprendimento che può durare anche per
lungo tempo e che può rimanere l’unica modalità
che si riesce a esercitare, se ci si accorge che qualcosa non soddisfa,
che il “tai-chi” può essere qualcosa d’altro,
inizia una seconda fase nella quale la volontà è esercitata
con modalità diverse. Primo segnale da ascoltare è la
fatica, lo sforzo, la rigidità, si deve trovare il modo di diminuirli.
Da quel momento ci si può accorgere che “impegnandosi meno”
-almeno nel significato usuale del termine- si può ottenere di
più. Ma presto ci si accorge che non basta desiderare una cosa
per averla; pur impegnandosi con tutta l’attenzione pensando a
muovere un braccio, una mano, un piede, si dimentica l’altro;
il cambiamento che si inizia ad operare sarà di spostare l’attenzione
dalla periferia al centro, sperimentando che il resto del corpo è
mosso proprio da lì con molta più armonia e facilità.
Se si guarda chi fa bene “tai-chi” sembra che tutto si svolga
senza fatica e con naturalezza, ma questa è frutto, oltre che
di un impegno lungo e costante, anche di un’intenzione tranquilla,
non assillata dai soliti conflitti.
A questo livello diventa necessario abbandonare vecchi schemi, disidentificarsi
da proprie immagini, ruoli, accettare con divertimento il ruolo di principiante,
ma del principiante con la curiosità del bambino che assorbe
tutto senza giudicare, senza aspettative ansiose.
Si vede la leggerezza del maestro ma non si è in grado di abbandonare
i propri atteggiamenti pesanti, le rigidità dei nostri movimenti;
bisogna diventare astuti, distogliere lo sguardo, l’attenzione
dalle mani e piedi del maestro per guardare al centro, al suo Tan-tien,
come si muove, come si espande, come ruota. Non dimentichiamo che il
“tai-chi” è un’arte marziale che non lascia
trapelare in anticipo il movimento che sta per esser fatto, cerca di
confondere l’avversario, questo fatto credo che spieghi la difficoltà
che si ha nell’imitare il maestro, spesso è solo dopo che
il movimento viene suddiviso in movimenti elementari, e spiegato verbalmente
che si è in grado di imitarlo, anche se in apparenza si tratta
di movimenti semplici.
Questo rispecchia ciò che Assagioli definisce come volontà
sapiente: l’abilità di sviluppare la strategia più
efficace e che richiede il minor sforzo piuttosto che la strategia più
ovvia e più diretta.(4 )
Fase della volontà buona
La volontà buona è una volontà di far bene; una
volontà che sceglie e vuole il bene(4)
Ci sono degli ostacoli all’esprimersi di questo tipo di volontà:
egoismo, egocentrismo, mancanza di comprensione per gli altri.
La pratica del “tai-chi” svolta in gruppo ci mette a confronto
con questi ostacoli e se lo vogliamo possiamo disporre degli strumenti
per riconoscerli, sentire che costituiscono un limite e infine superarli.
Riconoscere che si occupa “un posto” nella sala e non “il
posto”, che l’istruttore è impegnato a trasmettere
al gruppo e non solamente a se stessi, sentire che se si riesce a entrare
in un ritmo, in una sincronia con gli altri si collabora alla creazione
di un’energia che va oltre quella individuale, che fare “tai-chi”
non è solo muoversi ma è anche saper ascoltare l’altro,
gli altri, significa iniziare a trovare significato e valore in dimensioni
che trascendono le pretese esclusiviste dell’ego.
Cheng Man-ch’ing nel suo volume “ Tredici capitoli sul “tai-chi”
dice: “la pratica di quest’ arte non sarà solo in
grado di neutralizzare la durezza e la velocità ma potrà
soprattutto rafforzare i deboli, sollevare gli ammalati, rinvigorire
i debilitati e dar coraggio ai timorosi. Essa perciò è
davvero un modo per rafforzare il singolo e l’umanità”.
Queste parole che ad una prima lettura sembrano così pretenziose
e altisonanti possono invece indicarci personalmente una via alla nostra
portata, naturalmente a patto che su questa ci mettiamo in cammino e
non solo per motivi egoistici individuali.
Fase della volontà transpersonale
Oltre alle condizioni già citate, c’è un’altra
condizione superiore, in cui la volontà personale è senza
sforzo; quando colui che vuole è così identificato con
la Volontà Transpersonale che tutto ciò che fa si realizza
liberamente e spontaneamente, ed egli sente di essere un canale consenziente
in cui affluiscono e per mezzo di cui operano potenti energie. Questo
è il Wu-wei.(4)
Nella postura da fermi che si mantiene prima di dar inizio ai movimenti
della forma i cinesi dicono che lì in quel momento c’è
già tutto il “tai-chi”; dopo è solo il dar
forma alla sua manifestazione.
Questo aspetto della volontà verrà considerato in modo
più esteso nel capitolo dedicato al “tai-chi” come
via al Sé. Possiamo peraltro fin d’ora riconoscere che
in certi casi la disciplina può costituire un mezzo per rispondere
ad una domanda vitale, ad una istanza profonda del proprio essere che
sta cercando una modalità adeguata di realizzazione. Una risposta
su tutti i piani dell’essere, prodotta non tanto dalla straordinarietà
degli atti ma dal fatto che atti comuni, naturali sono portati al loro
massimo grado di purezza, perfezione e universalità, diventando
qualcosa di nuovo. In tali casi il praticante non agisce più
spinto da una volontà ordinaria ma si muove come in risposta
ad una chiamata.
IL “TAI-CHI” E LA STELLA DELLE FUNZIONI
Per funzione si intende un’attività della psiche incaricata
di compiti sempre uguali negli obiettivi, anche se perfezionabili, ampliabili
o modificabili nelle modalità di realizzazione a seconda della
maturità, dell’ambiente e delle competenze.(5)
L’essere umano non nasce con tutte le funzioni psichiche sviluppate
ma si può immaginare di vederle come amalgamate in una sfera
dalla quale non escono ancora raggi differenziati.
Per tale motivo le sue risposte agli stimoli dell’ambiente sono
altrettanto indifferenziate, ad esempio ad uno stimolo gradevole un
bimbo di pochi mesi potrà rispondere con un sorriso o con un
movimento incontrollato di tutte le membra.
La suddivisione delle funzioni proposta da Assagioli vede l’io
al centro di una stella a sei punte: ognuno dei sei raggi rappresenta
la struttura ed i processi di una funzione psichica mentre al centro
l’io è contornato dalla funzione volontà che gli
fa da corona, quindi la volontà è vista come una meta-funzione,
con la volontà la coscienza coordina e rende operative le altre
funzioni.
Ciascuno di noi ha uno sviluppo personale della stella e se potesse
vederla rappresentata graficamente, molto probabilmente constaterebbe
che non ha tutti i raggi della stessa ampiezza, da ciò potrebbe
dedurre che alcune funzioni in lui sono più sviluppate di altre.
Per Assagioli l’uomo ideale dovrebbe avere tutte le funzioni sviluppate,
tale uomo può essere chiamato uomo stellare. Uno dei più
importanti compiti della psicosintesi è quello di conoscere controllare,
sviluppare e armonizzare le varie funzioni. Prenderemo ora in considerazione
le singole funzioni e come nella pratica del “tai-chi” si
agisca su ognuna, anche se non si dovrà dimenticare che, vista
nel suo operare complessivo, la psiche agisce come un’attività
congiunta di aree differenziate.
La funzione sensoriale
Il corpo è nel mondo come il cuore è nell’organismo:
mantiene continuamente in vita lo spettacolo visibile,lo anima e lo
alimenta internamente, forma con esso un sistema.(7)
Il primo addestramento al quale ci si dedica nella pratica è
l’affinamento delle capacità percettive. Tutti gli aneddoti
che parlano delle gesta di grandi maestri citano la loro stupefacente
capacità di percepire in anticipo ciò che stava per succedere,
e lo percepivano da segnali ad altri invisibili: sentivano i rumori
lontanissimi, coglievano un movimento impercettibile, annusavano si
può dire l’ambiente.
Si definisce “somatosensorio “ ogni genere di sensazioni,
percezioni corporee, sia derivate dal tocco di un altro su di noi che
da un movimento dei nostri organi. Non tutte le informazioni somatosensorie
arrivano ad affiorare alla coscienza, c’è un processo di
filtraggio che per evitare intasamenti sceglie a quali stimoli prestare
attenzione in un dato momento. L’efficienza del processo di filtraggio
è influenzata da molti fattori fra i quali le esperienze vissute
nel passato in modo particolare nell’infanzia. Recenti scoperte
di ricercatori della Columbia University hanno dimostrato attraverso
indagini sui recettori dei circuiti neuronali come i ricordi siano immagazzinati
non solo nel cervello ma praticamente siano distribuiti in tutto il
nostro corpo, dagli organi interni fino all’epidermide con concentrazioni
maggiori in alcuni punti di snodo chiamati gangli.
Elmer Geen, pioniere dell’uso del biofeedback sostiene che ogni
cambiamento nello stato fisiologico è accompagnato da un cambiamento
correlato nello stato mentale, emotivo, cosciente o no e viceversa.(6)
Questo è anche quanto descritto dalla seconda e terza legge psicodinamica.
Tensione e rilassamento muscolare sono le primissime sensazioni, o contrasto
di sensazioni avvertite dall’essere umano. La rigidità
psichica della personalità adulta nasconde alle sue origini la
memoria percettiva di stati di allarme che irrigidivano l’apparato
muscolare. L’inadeguatezza o la negatività della madre
nell’accudire il neonato, i molti conflitti e stati di coercizione
prodotti dall’educazione e dall’ambiente sociale in cui
uno è immerso generano stati di malessere e timore che si riflettono
nella muscolatura, inducendovi rigidità. La rigidità si
propaga poi nell’affettività e nelle idee come recita la
seconda legge della psicodinamica. (5)
Ognuno quando inizia a praticare “tai-chi” porta dunque
con sè, nel suo essere e nei suoi movimenti la memoria del suo
vissuto impressa nei suoi organi, muscoli ecc.. ma abbiamo visto che
questo è uno stato modificabile in misura più o meno determinante
a seconda della profondità di cristallizzazione del fenomeno.
Le leve sulle quali si agisce nella pratica, e che possono contribuire
ad ottenere modifiche desiderabili sono diverse:
gli esercizi per aumentare la facoltà di propriocezione, cioè
l’immagine soggettiva che abbiamo di noi vista dall’interno,
sono il primo e forse il più efficace canale per un lavoro verso
lo sviluppo interiore; l’aumentare della sensibilità e
della precisione delle percezioni corporee porta alla percezione di
sfumature più sottili anche nella sfera mentale ed emotiva;
i movimenti sfuggono ai soliti obiettivi per i quali normalmente ci
muoviamo, vengono eseguiti ad una velocità molto più lenta
del consueto e richiedono una presenza consapevole; seguono un ritmo,
un’onda come di marea che non corrisponde alla frenesia e alle
richieste di risposta del quotidiano;
i movimenti sono stati codificati da esseri con una superiore visione
del mondo, rispondono a delle leggi di armonia e di equilibrio verificate
da centinaia di anni e da milioni di praticanti;
la pratica può esser fatta in gruppo, in un contesto creato appositamente
per costituire un ambiente protetto nel quale non vigono i soliti schemi
di giudizio;
la ripetizione in modo identico per migliaia di volte dei movimenti
li purifica da ogni imperfezione fino a farli entrare in ogni cellula
del nostro essere (sesta legge della psicodinamica)
Tutto ciò porta la persona a trovare piacere nel sentirsi muovere
in questo modo, a sentire dopo i primi approcci maldestri che anche
lei con l’addestramento e l’attenzione può armonizzare
i suoi gesti, ma non solo. Dopo un certo tempo si accorge che questo
influenza anche la sensibilità di altri suoi organi di senso
con effetti non uguali per tutti. Ad esempio alcuni riferiscono di percepire
di più i colori, altri i profumi, altri come si muovono.
Poiché i cinque sensi accolgono il mondo e ne danno informazione
al cervello, possiamo dire che in senso esteso si modifica la percezione
che uno ha di sè e del mondo.
Se si isola il corpo dall’esistenza, se lo si astrae dal suo vissuto
quotidiano, ciò che si incontra non è più la corporeità
che l’esistenza vive, ma l’organismo che la biologia descrive.
Perché acquisti significato è necessario che questo organismo
si costituisca come una presenza al mondo.
La psicologia non si propone di discutere ipotesi teoriche che si formulano
su fatti psichici, ma di comprendere questi fatti, che nella loro struttura
essenziale sono reazioni del corpo col mondo. L’io non si distingue
dal corpo e dalla persona che il corpo dischiude, non posso dire che
lo sguardo vede qualcosa per me o che il braccio afferra qualcosa per
me. Sono infatti io questo sguardo che ispeziona, questo braccio che
afferra.
La coincidenza di corpo e presenza è in quel “sentirsi
bene” in cui l’io aderisce al suo stato corporeo, lasciandosi
invadere dalla calma, dal silenzio, ascoltando e ascoltandosi vivere.
Nell’arretramento della presenza si nasconde il senso profondo
della malattia, la presenza si raccoglie nell’ascolto del proprio
corpo, un ascolto ansioso, inquieto, che rattrappisce ogni prospettiva
allontana ogni progetto, il mio corpo diventa per me il mondo.(8)
La funzione istintuale
La nona legge psicologica dice che: “ Gli istinti, gli impulsi,
tendono ad esprimersi ed esigono espressione.”
Jung afferma che gli istinti non sono vaghi e indistinti ma forze prorompenti
che perseguono i loro scopi ed hanno strette analogie con gli archetipi.
La differenza tra il comportamento animale e quello umano è che
nel primo il comportamento è legato totalmente agli istinti,
mentre l’uomo si confronta ogni giorno con la possibilità
di scelta di come esprimere le tendenze istintuali con modalità
approvabili e costruttive o almeno non dannose a se stesso e agli altri.
Le forze istintuali sono presenti senza tregua nella nostra vita, gratificata
una ne affiora un’altra. Ma non è obbligatoria la forma
diretta di espressione, esistono forme alternative, indirette o simboliche
o trasformative, che possono dare espressione a queste istanze e trovare
gratificazione.
Nel “tai-chi” non troviamo certamente occasione di poter
dare espressione, gratificare alcune categorie di istinti , quali ad
esempio quelli di nutrizione, di riproduzione, ma gli istinti di autoaffermazione,
di conservazione, trovano una via di rappresentazione diretta o simbolica
in modo particolare nel lavoro in gruppo.
In questo contesto si può osservare:
come ognuno tenda a trovare una sua posizione fisica, in qualche modo
la difenda o viceversa si lasci invadere;
come qualcuno preferisca “l’invisibilità”,
il non farsi notare, mentre altri abbiano bisogno di esser notati, questo
li rende più tranquilli, si sentono più protetti, più
valorizzati;
come l’ampiezza del movimento esprima il senso del valore che
uno ha di se stesso, la fiducia nel mondo, negli altri; qualcuno deve
esser invitato ad aprire i gomiti, non tenerli sempre stretti al tronco,
altri invece vanno sensibilizzati ad osservare che si muovono con le
braccia completamente tese in avanti o lateralmente, quasi alla conquista
di uno spazio esagerato che poi non sapranno gestire, difendere, riempire
con la propria energia;
come alcuni gradiscano gli esercizi che si fanno a coppie mentre altri
vi si trovino a disagio e lavorino meglio sugli esercizi che si eseguono
da singoli.
La ricerca e la conoscenza dei bisogni fondamentali dell’uomo
e di noi stessi, non è pura speculazione, riveste utilità
pratica; ogni scelta della vita prende spunto da essi.
I livelli da cui prendono forma spaziano dall’inconscio egocentrico,
egoistico, alle sfere coscienti fino alle sfere transpersonali. (5)
La funzione emotiva
Fra tutti i processi,quelli emotivi hanno la peculiarità, forse
unica, di interagire a tutti i livelli con il funzionamento dell’organismo
e della psiche: neurologico, viscerale, intellettivo, immaginativo,
comportamentale.
Durante la crescita le emozioni abbandonano le primitive risposte corporee
automatiche e tendono ad adeguarsi alle scelte della mente.
Un atto decisionale esige un piano e una sequenza operativa; data la
lentezza con cui la mente opera rispetto alla velocità delle
emozioni queste arrivano sempre in anticipo. (5)
Non sempre gli ordini impartiti dal cervello vengono esauditi, o meglio
nascono dei conflitti tra ciò che si desidererebbe fare e ciò
che siamo in grado di fare; spesso ad esempio, la paura ci sommerge
facendo intervenire i processi neurobiologici, che ci impediscono di
riflettere e ci inducono alla fuga.
I conflitti di potere tra il livello mentale ed emotivo sono all’ordine
del giorno ed il prevalere dell’uno o dell’altro dipende
dalla maturità della personalità e dall’intensità
dello stimolo. Contrariamente a quanto si crede consuetamente non si
fugge alla vista di una serpe per l’insorgere della paura ma,
tachicardia, disturbi viscerali, timori ci inducono a fuggire e solo
secondariamente provocano l’interpretazione mentale della paura
di essere aggrediti dal rettile.(5)
Il “tai-chi” è un’arte marziale e alle sue
origini chi si impegnava in combattimenti veniva addestrato a vincere
la paura; anche se la pratica di quest’arte per quanto mi riguarda
si riferisce ad aspetti soprattutto interiori, viene chiamata anche
combattimento con l’ombra, ci si deve confrontare comunque con
le emozioni, il cui insorgere è spesso non richiesto.
Spesso vengono date indicazioni agli allievi di evocare lo stato dello
stomaco in un momento di gioia, di tranquillità, quando sorridiamo,
anziché cercare con la mente di indurre ad esempio uno stato
di rilassamento, di respirazione tranquilla non contratta; in questo
modo l’induzione arriva per un canale più diretto e più
efficace.
Le emozioni con le quali ci si deve confrontare più frequentemente
nella pratica sono la vergogna, la frustrazione, la rabbia, ma anche
la gioia, la serenità, la tranquillità.
Il lavoro che si cerca di fare è di non lasciare che una di queste
prenda il monopolio, ma agire per la loro armonizzazione alle aspettative
della nostra coscienza; agire in modo indiretto come dice la seconda
legge psicologica e cioè agire sugli atteggiamenti, sulle azioni,
sui movimenti in modo tale che questi a loro volta tenderanno ad evocare
emozioni e sentimenti corrispondenti.
Le azioni, i movimenti, gli atteggiamenti del “tai-chi”
anche visti dall’esterno evocano sentimenti di leggerezza, armonia,
equilibrio, quiete gioiosa ma anche forza, coraggio.
La funzione immaginativa
Si dice che un’immagine vale mille parole. Questo i cinesi lo
devono aver capito molto prima e molto meglio di noi se hanno codificato
una scrittura che per esprimersi usa le immagini.
Che cosa si immagina? L’immaginazione è l’utero di
ogni parto umano, con lei costruiamo modelli, predisponiamo avvenimenti
e incontri.
Le immagini hanno la proprietà di poter essere manipolate, modificate
sino a comporre le sequenze più appropriate per le ipotesi prospettate.
L’immaginazione non evoca solo immagini visive ma olfattive, gustative,
tattili, cinestetiche ecc(5).
Tutte le parole sono simboli e che certe parole come : serenità,
coraggio, gioia, compassione ecc.. possano influenzare i nostri stati
d’animo e le nostre idee non ha bisogno di esser dimostrato; esse
evocano e rendono operativi i significati e le idee forza che rappresentano.(4)
Già i nomi delle varie figure che compongono una sequenza sono
parole simbolo: separare il cielo e la terra, l’airone bianco
distende le ali, formare la palla, afferrare la coda del passero, portare
la tigre alla montagna, colpire la tigre con l’arco, andare a
prendere l’ago in fondo al mare, muovere le mani a forma di nuvole
ecc…; esse stimolano l’immaginazione, tenute nel campo della
consapevolezza durante la pratica, danno forza pregnante ad ogni movimento.
Oltre a questo, gli insegnanti di “tai-chi” insistono molto
sull’importanza che ha “l’intenzione” nella
fase più avanzata della pratica, l’intenzione deve muovere
il “chi” e il tan-tien e il tan-tien deve muovere il resto
del corpo, ma non basta, l’intenzione deve anche dirigere la forza
dell’avversario, vero o immaginario che sia.
Ad esempio una spinta frontale va assorbita, non contrastata e va diretta
intenzionalmente sull’ asse verticale che porta alla sommità
del capo; questo ci permette innanzitutto di entrare in una condizione
di ascolto attento e poi di dirigere nel modo più appropriato
le forze che tenderebbero a destabilizzarci. Anche quando la nostra
parte è attiva si fa sempre molto uso dell’immaginazione:
nel far risalire l’energia della terra dai piedi verso il tan-tien,
nell’immaginare che la nostra spinta sia destinata ad un punto
molto più arretrato del nostro avversario, quando ci si espande
si immagina che ogni poro della nostra pelle si apra si espanda come
se in ogni poro ci fosse un bocciolo di fiore che si apre al ritmo di
ogni espansione e si chiude ad ogni compressione.
Quando si fa la figura di separare, aprire il cielo, si è invitati
ad immaginare proprio che le nostre braccia facciano questo.
Tutto ciò da molta più energia, pienezza ai movimenti.
La funzione mentale
Si dice che si dovrebbe fare “tai-chi” “pensando il
movimento e muovendo il pensiero”.
L’immaginazione disgiunta dalle qualità razionali e logiche
della mente è fluttuante e inconcludente, mentre la razionalità
in sua assenza è ripetitiva e statica. Le immagini vengono consegnate
alla funzione mentale per una loro elaborazione. Pensare è creare.
Il pensiero è alla base dei processi psichici dell’uomo.
Assagioli definisce la funzione mentale uno strumento di ricerca e di
espressione, un organo di conoscenza sia del mondo esterno che interno.
Il cervello è una struttura biologica formata da miriadi di colonie
cellulari che danno vita alle funzioni psicologiche e fra queste alla
funzione mentale. (5)
Secondo la visione buddista tutte le sofferenze hanno origine nella
mente, l’obiettivo primario è quindi di osservare, sorvegliare
e divenire padroni della propria mente. Ciascuno crea il suo mondo,
che corrisponderà a quanto la sua mente ha interpretato in base
alle percezioni via via ricevute, ognuno è convinto che quello
sia l’unico mondo possibile. Se una cosa mi dà piacere
è perché quella cosa “dà” piacere,
se invece di un’altra cosa ho disgusto o paura, è la cosa
in se stessa che è disgustosa o terrificante. Questi stereotipi
di valutazione sono peraltro molto vulnerabili ad un esame anche non
molto approfondito, basterebbe confrontare valutazioni e significati
in culture molto lontane; per noi un serpente è solo un animale
da fuggire con terrore, mentre per un abitante dell’Amazzonia
può essere anche una leccornia, ecc…
Ma la mente dove è localizzata? Più le indagini scientifiche
si spingono avanti nell’esplorazione e nella stimolazione strumentale
di processi mentali e più diventa difficile rispondere che si
è trovato “il luogo” dove risiede la mente, se per
mente intendiamo quell’insieme di elaborazioni degli eventi, che
integrate tra loro ci fanno vivere soggettivamente un’esperienza
unificata di vita.
Nel “tai-chi” l’uso corretto della mente ha una grande
importanza. Ci si addestra innanzitutto a saper tranquillizzare la mente,
con esercizi da seduti o in piedi da fermi, poi in movimento. Si prosegue
con l’affinamento dell’attenzione, la mente deve abbandonare
pensieri, ricordi e progetti per dedicarsi tutta al presente, cogliere
tutto quello che succede fuori e dentro se stessi in quel momento.
Quando le arti marziali erano praticate con combattimenti veri, uno
degli addestramenti più importanti e più difficili era
saper controllare la paura, anche quella della morte. Ora,anche se pratichiamo
senza il pensiero del combattimento, non è che questo ci ha liberati
dalla paura, ci confrontiamo comunque con nostre paure interiori, consce
o inconsce. Le più frequenti paure da affrontare sono di solito:
il timore di non essere all’altezza, di non imparare abbastanza
velocemente, di farsi vedere impacciati, maldestri, imbranati, di esser
giudicati.
E’ difficile all’inizio accettare che movimenti così
semplici nella loro apparenza si apprendano così lentamente,
questo come abbiamo già detto mette alla prova la volontà.
Non è possibile agire direttamente sulle emozioni mentre è
più efficace un addestramento della mente che possa distoglierla
da circoli automatici e viziosi di pensieri per liberare le sue potenzialità
di esaminare, elaborare, progettare le azioni più consone ed
efficaci alle necessità del presente.
L’addestrarsi ad essere consapevoli della presenza contestuale
delle due facce della medaglia in ogni processo e assecondarne la loro
interazione fa governare l’azione in modo diverso, fa sperimentare
che se non mi oppongo, nemmeno l’altro troverà un punto
in cui attaccarmi. Questo non va confuso con il subire, nel “tai-chi”
non si subisce ma si assorbe l’azione dell’altro, creandogli
fisicamente un vuoto e inserendola in un circuito dal quale uscirà
per nostra iniziativa in un’altra direzione.
Un altro allenamento mentale consiste nel far scendere la consapevolezza
dalla testa verso l’addome e a questo proposito ho già
detto che parlando degli effetti del “tai-chi” un’allieva
disse che le sembrava che il cervello le si fosse abbassato nel petto.
Eseguire mentalmente la sequenza di movimenti è utile inoltre
per verificare quanto il movimento si è radicato nella coscienza
e per poter integrare le parti mancanti, nei movimenti non interiorizzati
non ci si visualizza interamente ma solo come parti; ad es. percepiamo
un braccio ma non le gambe o viceversa, questo ci indica su cosa ci
si deve esercitare.
La funzione intuitiva
Un giorno Zhang San Feng, un uomo molto alto e robusto che praticava
arti marziali, vedendo un combattimento tra un aquila ed un serpente
ebbe l’ispirazione per la codificazione della sequenza dei movimenti
che avrebbero dato inizio all’attuale “tai-chi”. Si
può dire che Il “tai-chi” è una disciplina
nata da intuizioni; molte sono le leggende che ci sono state tramandate
in tal senso. Due samurai si trovano uno di fronte all’altro,
sta per iniziare una competizione dalla quale si stabilirà chi
è il vincitore, sono ambedue immobili, totalmente concentrati
su se stessi e contemporaneamente sull’altro, si stanno studiando,
ma in modo globale devono percepire ogni battito di ciglia, non solo,
ogni battito del cuore; poi improvvisamente uno lascia cadere la spada
e si inchina di fronte all’altro ammettendo la sua sconfitta!
Che cosa è successo? Ha visto, ha presentito tutta la strategia,
la forza, la superiorità dell’avversario, ha cercato dentro
di sé tutto ciò che avrebbe potuto escogitare per vincerlo
ma si è reso conto della sua inferiorità. “ HA INTUITO”
nel suo significato: vedere dentro.
L’intuizione non è una sensazione, non è un sentimento,
non è un ragionamento, ma un contatto con l’intimo e globale
senso della realtà. Scorge l’invisibile nel visibile, penetra
le immediate apparenze, risale alla loro sorgente e le illumina.
Solo successivamente alla loro entrata nel campo della consapevolezza,
le intuizioni sono elaborate dalla funzione mentale. I messaggi che
transitano nella funzione intuitiva, offrono il loro contenuto in un
tutto organico e completo nell’insieme, che in un secondo momento
deve esser preso in esame, indagato dai processi cognitivi.
Bisogna distinguere: da un lato c’è la funzione intuitiva,
dall’altro vi sono le intuizioni, cioè i contenuti depositati
dalla funzione intuitiva nel campo della consapevolezza delle singole
funzioni psicologiche. Le intuizioni non stazionano stabilmente nella
funzione intuitiva che svolge il ruolo di canale in cui scorrono per
raggiungere la consapevolezza.
Nietzsche disse che tutto ciò che è profondo ama le maschere,
spesso le intuizioni sono ricoperte da veli simbolici, sono messaggi
cifrati il cui significato non si scorge, finchè non si scopre
il codice per liberarle dagli addobbi.
La psiche richiede di essere addestrata per cogliere gli indizi intuitivi
in ogni manifestazione dell’esistenza. Per la psiche un granello
di novità è più importante di una montagna di abitudini.(5)
Entrare nella sala dove si pratica “tai-chi” dovrebbe essere
come entrare in un particolare luogo dentro di sé, dove non vigono
le stesse regole quotidiane, gli stessi parametri di giudizio; un luogo
dove ci si può permettere di far attenzione a cose delle quali
normalmente non ci si prende cura e abbandonare, almeno temporaneamente,
il modo di preoccuparci consueto.
Già se si riesce a fare questo, molti veli si aprono e si può
essere più ricettivi verso i segnali che il nostro corpo in stato
di quiete o in movimento ci sta mandando. Esser ricettivi vuol dire
godere anche di piccole cose, poco appariscenti, apparentemente insignificanti,
che però per la psiche, quindi per il nostro essere, sono un
vero nutrimento.
Un antico detto cinese dice: un capello può dividere il cielo
dalla terra.
Basta riuscire a vederlo e toglierlo e la terra ed il cielo si riuniranno.
La metafora vale anche per la pratica, all’inizio si fanno movimenti
e correzioni molto grossolani, che poi si vanno raffinando via via sempre
di più fino a diventare sottili come i capelli e in queste sottigliezze
talvolta scende come una goccia di rugiada, un’intuizione che
ci tocca da vicino anzi da dentro e ci svela una perla che era lì
da sempre in attesa che l’ostrica venisse un giorno aperta. L’intuizione
è rapida nell’apparire ma anche nello svanire se non viene
consapevolizzata, evocata, rielaborata in termini che la nostra ragione
possa riconoscere.
Spesso gli allievi vengono invitati ad ascoltare, ma non solo con le
orecchie, a guardare ma non solo con gli occhi, perché certi
stimoli ci arrivano fin dentro ed è lì, nel posto dove
arrivano che si deve porre l’attenzione; vedere un movimento,
può farcelo “sentire” dentro di noi più che
vederlo, allora intuiremo che muoversi in quel senso non è solo
spostarsi, ma è qualcosa che ci coinvolge in tutta la nostra
complessa globalità di esseri fisici-psichici-spirituali. Questo
addestramento promuove, favorisce un’apertura a stimoli che non
di rado poi permettono collegamenti tra fatti apparentemente molto distanti
che la nostra funzione intuitiva riesce a sintetizzare in un unico significato.
IL “TAI-CHI” COME VIA al sè o al SE’
Assagioli sosteneva l’esistenza del Sé transpersonale,
come origine delle nostre aspirazioni ed esperienze più belle
e più significative. Mentre Jung sosteneva che un essere umano
non può contattare direttamente il Sé ma solo le sue immagini
archetipiche, Assagioli afferma che l’uomo, in particolari condizioni,
può fare un’esperienza diretta del Sé.
Argomento difficile se non impossibile è parlare “del Sé”,
in realtà è più onesto ammettere che stiamo parlando
“intorno al Sé” o dei riflessi del Sé.
Assagioli nel suo libro “I tipi umani”, per darci uno schema
che faciliti la comprensione dei comportamenti e le caratteristiche
degli esseri umani, suddivise gli stessi in sette tipologie, che si
differenziano per temperamento, tendenze, attitudini, potenziali, limiti
ecc. Poiché ogni uomo ha le potenzialità per fare l’esperienza
del Sé transpersonale, Assagioli ha indicato per ogni tipologia
quale dovrebbe essere la via che favorisce questa esperienza che nel
suo obiettivo finale è uguale per tutti.
E’ evidente che la realtà di ogni essere umano difficilmente
può essere confinata nei limiti di uno schema ed ognuno di noi
nella maggioranza dei casi non appartiene solo ad una tipologia ma a
più di una contemporaneamente, soprattutto se si considerano
i vari piani del nostro essere: fisico, emotivo, mentale, spirituale.
Resta peraltro il fatto che la prevalenza di una tipologia si farà
notare.
Le vie al Sé rispondono a domande vitali e possono servirsi di
forme e comportamenti comuni e spontanei portandoli al massimo grado
di purezza e universalità, trasformandoli così in qualcosa
di nuovo.
Cito a tal proposito come esempio “la cerimonia del tè”:
è un atto comune che, portato al grado di perfezione richiesto
da questa “via” diventa uno strumento di realizzazione personale.
Il “tai-chi” annoverato da Piero Ferrucci nel suo libro
“Esperienze delle vette” tra le discipline che fanno parte
della via del rito e della danza cerca di dare una risposta alla domanda:
in quale modo il proprio corpo può diventare uno strumento che
risponde alle istanze ed alle aspirazioni della nostra parte spirituale
in questa ricerca?
Gli aspetti essenziali che hanno in comune danza, rito e “tai-chi”
“possono” essere:
usano mezzi spazio-temporali, il corpo, i suoi movimenti ed estensioni
come ambienti, vestiti, supporti, setting, per attingere a realtà
fuori del tempo e dello spazio;
sono modi per vivere sul proprio corpo, affermare e manifestare sul
piano materiale, realtà spirituali;
ritmo, ripetizione di gesti possono favorire l’abbandono da parte
della coscienza dei modi abituali di procedere e di percepire, facilitando
una sua espansione;
con i movimenti e l’atteggiamento interiore viene creato un campo
psichico, una realtà sottile che non è definibile solo
come movimento;
la realtà ordinaria, approssimativa, imprevedibile, prosaica
è distinta dallo spazio e tempo “sacri” dove quello
che si fa risponde a delle leggi di armonia, ordine e purezza;
instaurano un nuovo rapporto con il corpo che da simbolo della nostra
individualità e precarietà esistenziale diventa luogo
di incontro tra finito e infinito;
favoriscono l’afflusso di immagini e pensieri corrispondenti ai
movimenti che vengono eseguiti.
La realtà di tutti i giorni richiede movimenti abituali, socialmente
approvati, ripetuti meccanicamente senza attenzione per rispondere di
volta in volta alle esigenze che la vita presenta.
L’individuo si forma così una sua corazza corporea, che
riflette la storia emotiva accumulando scorie che con il tempo lasciano
tracce. Il corpo può essere visto come costellazione di memorie
e tensioni.
Tutti siamo attratti dal modo in cui si muovono le persone che sono
particolarmente abili o dotate per una attività artigianale o
disciplina sportiva; sembra che i loro movimenti siano senza sforzo,
come se fossero governati da leggi armoniche.
Nel “tai-chi” questa armonia è spinta al massimo
grado, i movimenti che si fanno non hanno nulla a che vedere con la
propria storia personale, con i gesti utilitaristici del vivere quotidiano.
Sono atti il cui significato trascende il contingente e che hanno la
potenzialità di liberare e dare forma alle nostre aspirazioni,
forse di più per noi occidentali che per i cinesi stessi che
sono più legati ad idee già cristallizzate su questa disciplina.
Sono movimenti pensati e codificati da chi non ha visto il corpo solo
come un insieme di ossa muscoli ed organi ma lo ha visto come creazione
che rispecchia le leggi armoniche del cosmo.
Il corpo è visto anche come un sistema energetico immerso in
un campo energetico invisibile e intangibile ai più e con il
quale è in continua interazione.
Questa visione ha reso possibile la conoscenza di queste correnti energetiche
e le leggi della loro interazione, trovando così il modo di utilizzarle
e trasformarle.
Posizioni, movimenti, tecniche respiratorie portano il corpo a non esser
più solo la storia delle passioni e delle debolezze individuali,
ma a diventare strumento per una manifestazione dell’armonia cosmica.
Siamo immersi in un cosmo che si muove ritmicamente: le stelle, il sistema
solare, la terra con le sue stagioni, il giorno e la notte; questi ritmi
hanno conseguentemente indotto altri ritmi, cerimoniali più inerenti
al nostro muoverci e vivere sul pianeta, sia a livello individuale che
sociale.
Non si possono eludere i cerimoniali della vita, che scandiscono le
attività umane e che nella stragrande maggioranza degli uomini
vengono vissuti in modo passivo, inconscio e sono seguiti ciecamente
al solo scopo di svolgere le funzioni necessarie al quotidiano.
Questa via esige: disciplina, ordine precisione, ritmo, armonia, non
per scopi pratici ma perché queste qualità rispondono
a leggi di un altro piano e una piccola caduta di uno dei requisiti
può vanificare ogni sforzo.
Mi piace definire il ritmo come una sintesi tra stasi e agitazione,
una sintesi che crea sul piano terreno l’armonia della perfezione
della creazione.
La perseveranza è necessaria ma non basta, anche questa via,
come le altre vie al Sé inizia con una lunga, paziente e severa
disciplina per la conoscenza, la purificazione e trasformazione di ogni
parte del corpo; purificazione non tanto nel significato cattolico che
ha assunto questo termine ma nel suo significato originale: purificare
= rendere un elemento, una sostanza, un organo, un essere il più
adatto possibile, allo scopo per cui è stato creato. In questo
senso si può dire che il “tai-chi” è un’arte
di purificazione del corpo, dei suoi movimenti, che mira a liberarli
da ogni orpello non atto allo scopo per cui sono stati creati.
L’esatta esecuzione e ripetizione di queste particolari serie
di movimenti, in uno spazio e per un tempo dedicato solo a questo scopo,
da sole non bastano.
Per contattare contenuti di un piano più sottile ed attirarli
in manifestazione sul piano terreno fino a diventare esperienze personali,
necessita che l’io egoico con le sue esigenze narcisistiche venga
trasceso, mediante il distacco da qualsiasi scopo utilitaristico.
Eseguire una forma di “tai-chi” diventa così “meditazione
in movimento”.
Liberata da qualsiasi altro scopo per me la pratica del “tai-chi”
persegue la finalità definita dall’origine latina del termine
meditare, “medit– are”, andare verso il centro, verso
il proprio centro e diventa uno strumento per la ricerca della perfezione
che è già dentro di noi.
Concludo con le parole del Maestro Zen – “Engaku Taino”,
che mi ha iniziato a quest’arte e tutt’ora mi guida nel
percorso di realizzazione della mia vera natura:
“Il “tai-chi” o la danza o qualunque altra arte,
in sé non hanno alcuna importanza, per cui senz’altro possiamo
goderci la forma, la perfezione di questa forma, ammesso che si possa
parlare di perfezione.
Ciò che si dovrebbe riuscire a raggiungere – per lo meno
per chi si dedica allo Zen – consiste nel praticare un’arte
in cui si realizzi che il corpo non esiste, che noi non siamo il corpo
che fa certi movimenti, che pur praticando una forma, siamo completamente
distaccati da essa.
Ci applichiamo alla forma, prestiamo attenzione al respiro e poi noi
stessi diventiamo vuoto e uno con l’universo.
Questo avviene nel “tai-chi”: l’assoluto supremo ”.
(Engaku Taino “ L’illuminazione nella vita quotidiana”
Ed. Mediterranee)
Riferimenti bibliografici:
(1) Le tre vie del Tao- di Flavio Daniele
(2) Aure - di Elemire Zolla
(3) Crescere – di Piero Ferrucci
(4) Assagioli- L’atto di volontà
(5) Pier Maria Bonacina - L’uomo stellare
(6) Candace B. Pert- Molecole di emozioni
(7)M. Merleau- Ponty – Fenomenologia della percezione
(8) Umberto Galimberti – Il corpo
(9) Tai chi cuan - di H.H. Lui – T. Horwitz – S. Kimmelman
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