“Per l’armonia della vita” - il “tai-chi” una tecnica biopsicosintetica

di Franco Camin


“Possiede vera musica in sé, solo colui che compone una sinfonia armonizzando il corpo con l’anima” Platone

Il filo conduttore di questo elaborato è contenuto in un passo tratto da una relazione presentata da R. Assagioli durante il convegno “Settimana psicosomatica internazionale” di Roma del 1967; sono qui riportati i passi ritenuti significativi per il profilo che il lavoro di ricerca sul “tai-chi” dovrebbe assumere.

“(omissis)
La psicosintesi si è sviluppata in modo naturale e direi spontaneo, sulla base o sul tronco della psicanalisi, quale metodo di psicoterapia o, più esattamente, quale insieme di tecniche e di metodi coordinati e volti allo scopo di uno sviluppo completo e armonico della personalità umana.
I suoi fini e compiti principali sono:
1.L’eliminazione dei conflitti e degli ostacoli, consci ed inconsci, che ostacolano quello sviluppo.
2.L ’uso di tecniche attive per stimolare le funzioni psichiche rimaste deboli o immature.
Ma nella pratica della psicosintesi è risultato ben presto che occorreva l’inclusione del corpo, cioè il riconoscimento e l’utilizzazione degli stretti rapporti, delle azioni e reazioni reciproche fra corpo e psiche. A ciò è stato dato pieno riconoscimento teorico e pratico; perciò il vero nome della psicosintesi è Biopsicosintesi.
(omissis)
Questa inclusione delle attività corporee deriva dal fatto che l’integrazione di metodi strettamente psicologici con tecniche fisioterapiche, fisio-psichiche è vista come una possibilità di sviluppo più armonico e integrato di corpo, psiche e spirito.”

Cercherò di evidenziare come il “tai-chi” sia non solo una disciplina corporea, ma una pratica che possiede i requisiti per contribuire al raggiungimento dei compiti psicosintetici sopra citati.

CHE COSA E’ IL “TAI-CHI”

Il “tai-chi” che è tradotto anche come “il Grande Ultimo”- “Il principio Supremo” è una disciplina complet nata in Cina; deriva dalla filosofia Taoista, dal buddismo chan e dalla medicina cinese, si basa su un concetto olistico dell’uomo. La radice greca “olos” che significa l’intero il tutto ha lo stesso significato del carattere cinese “chuan” , da cui “tai-chi”-CHUAN
Il “tai-chi” può applicarsi ai molteplici aspetti dell’esistenza portando equilibrio, salute ed energia; è movimento fisico-energetico e mentale, è meditazione dinamica, è una raffinata arte marziale. Ognuno la può praticare come ritiene più utile e consono alla sua natura ed alla sua evoluzione. (1).
Il “tai-chi” ha inizio stando in una postura corretta in piedi nell’immobilità, l’incarnazione fisica del principio del wu-wei, del fare nel non fare; dall’immobilità iniziale nasce un movimento lento, naturale, con il bacino che scende e che sale come le onde di un grande oceano. Viene descritto anche come l’interpretazione in movimenti corporei degli insegnamenti del libro dei mutamenti “l’I Ching”.
La pratica, vista dall’esterno, è costituita da una sequenza fluida e senza interruzioni di movimenti codificati. Esistono diversi tipi di sequenze, che si distinguono per il loro aspetto più o meno marziale, per la velocità alla quale si svolgono, per l’interiorità più o meno presente, per l’uso di attrezzi come spade, bastoni, ventagli, ecc. I loro nomi corrispondono a quelli delle famiglie che le hanno codificate per la prima volta, così troviamo forme chiamate chen, yang, sun, wu.
I maestri di queste forme a loro volta sono entrati in contatto con i seguaci di altre correnti, taoiste e di chi kung.
Tre sono le tradizioni cinesi che praticano il chi kung per differenti vie: taoista, confuciana, buddista, ognuna lavora con preferenza su un aspetto della disciplina; la taoista considera con più attenzione l’aspetto energetico, lavora sulle energie sottili, secondo i principi dell’antica arte cinese per il potenziamento fisico energetico, mirando alla salute e alla longevità; la confuciana privilegia l’aspetto estetico formale; la buddista nella corrente del Chan cura l’aspetto meditativo per il raggiungimento di uno stato di vuoto, di unione con il tutto, di scoperta della propria vera natura.
Il “tai-chi” che oggi si pratica è verosimilmente il risultato di una mescolanza di queste sovrapposizioni verificatesi nel corso della successione di insegnanti nei secoli. Oggi l’aspetto marziale è forse il meno noto in occidente, mentre è stata particolarmente messa in rilievo la sua applicazione individuale, salutistica, rilassante, terapeutica, meditativa.
Il “tai-chi” può anche esser visto come una danza lentissima, quasi ipnotica, come di serpenti soavemente ondosi, i piedi a fior di terra, le braccia sospese che disegnano circoli su circoli in un susseguirsi senza fine di spirali che si restringono e si dilatano come per comprendere lo spazio intero. Chi lo pratica è visto come appeso ad un filo, inserito in una invisibile corrente.(2)
Nella lentezza regolare, armonica dei movimenti subito la coscienza si dispone perché il corpo possa gioire della minima cosa, l’attenzione si fa vigile, si percepisce la freschezza del mondo con la pienezza dei nostri sensi.
Le parti inferiore e superiore del corpo agiscono in modo integrato, la parte inferiore, le gambe non sono solo usate per la stabilità, il radicamento, per sostenere la parte superiore che agisce, ma sono incaricate del controllo del terreno, per agire attivamente in un ipotetico incontro, con calci che nella forme interiorizzate sembrano sempre dei passi di danza.
Principio primo è l’assenza di forza muscolare esterna e di rigidità; il suo riferimento archetipico è l’acqua, il suo fluire, la sua forza morbida che vince la durezza.
Sono movimenti che favoriscono agilità e scioltezza, che servono a distendere muscoli e sciogliere articolazioni, in particolare spalle e bacino, dove di solito si riscontra un accumulo di tensioni; l’accento e l’attenzione sull’equilibrio sono continui, il peso del corpo è in lento ma continuo spostamento da un piede all’altro e ad un altro livello impara ad evitare la dispersione, la frammentazione per andare verso l’integrazione.
La qualità ideale del movimento è compresa tra rilassamento totale e tensione, non è né flaccidità né rigidità, è frutto di coordinazione precisa tra mente e corpo. E’ essere capaci di ideare un movimento e poi lasciare il corpo libero di eseguirlo, senza interferire di continuo su di esso.
Non ci sono spigoli, non ci sono momenti cruciali, momenti in cui il movimento si possa dire più realizzato, più rappresentativo di altri, ogni passaggio, ogni movimento è il “tai-chi”, come nel cerchio un punto sulla circonferenza non è più importante di un altro, come nella vita, in senso assoluto non c’è un minuto di vita, più “vita” di un altro.
Il “tai-chi” sfugge comunque ad ogni descrizione, perché nella sua essenza è un’esperienza di uno stato d’essere dinamico, il suo apprendimento non si limita all’acquisizione di particolari capacità motorie ma coinvolge tutto l’essere nei suoi aspetti fisici, emotivi, mentali e non solo.
Non è da sottovalutare nell’approccio a questa disciplina, il fatto che essa provenga da una società con una visione della realtà non dualistica. Il nostro pensiero deriva da quello greco che parte da un principio di alternativa, di opposizione di contrari, di confronto, mentre il pensiero cinese poggia sulla non dualità ed è più orientato ad osservare la relazione “dentro” i fatti, a trovare il principio di non separazione.
Può essere significativo che i “sinogrammi” della scrittura cinese siano classificabili in:
pittogrammi: rappresentazioni stilizzate della realtà;
ideogrammi: associazioni di idee da semplici elementi;
ideofonogrammi: composti da un radicale più un elemento fonetico che fa cambiare significato all’insieme.
Tutto ciò ha modellato un popolo con una forma mentale che è abituata ad associazioni mentali diverse dalle nostre.
Poiché la realtà è sempre la stessa, è evidente che ciascun sistema darà ad essa una particolare colorazione e che questa condurrà ad attitudini ed azioni differenti. Per comprendere questo differente sistema di pensiero siamo obbligati ad una revisione dei nostri riferimenti e ad intraprendere una nuova istruzione.
Svantaggiati per i nostri pregiudizi, possiamo comunque essere totalmente aperti ad un nuovo approccio esperienziale interiore. L’allievo è invitato a sperimentare più che a capire, ad ascoltare non solo con le orecchie ma con il cuore, con tutto sé stesso, a fare esperienza del proprio corpo e con il proprio corpo. Questo comporta avere un’attenzione al corpo e alle sue parti diversa dal solito, sentire che noi “siamo” anche quelle parti, e non che quelle parti ci appartengono solamente.
Quando presteremo attenzione alle gambe, non saranno più “delle gambe” create da un nostro modello mentale, oggetti dei quali possediamo la proprietà ed il controllo, ma saranno una parte di noi, che proprio perché è così e ci invia quei segnali, ci permette di avere di noi stessi una certa immagine.
Abituati ai nostri meccanismi di riflessione, di reazione e di azione, li consideriamo normali, naturali ed universali; il loro carattere apparentemente innato ci invita poco a ritornare sulle loro origini, a considerare la loro esistenza come molto relativa e contingente. Questo lo si nota chiaramente fin dalle prime lezioni dove ogni allievo è messo a contatto con un esperienza che non si lascia conquistare con un’analisi sequenziale, uno studio lineare, perché richiede un movimento che sembra non avere né inizio né fine, dove il termine di un movimento è l’occasione per dar inizio nel miglior modo al successivo. Un altro aspetto che pone qualche difficoltà mentale è che in ogni movimento c’è la contestuale presenza di “opposti”, secondo la legge fisica che ad ogni azione si genera una reazione uguale e contraria: se una gamba è “piena” ( con tutto il peso sul piede) l’altra sarà “vuota”, mentre c’è una spinta in avanti è presente una spinta in dietro, ci si solleva ma contemporaneamente si sprofonda. Questo lo si sperimenta non solo fisicamente, anche nell’intenzione del praticante deve prender sempre più forma questo modo di procedere sintetico; tutto il nostro essere dovrebbe partecipare a livello fisico, intellettivo e immaginativo a questa globalità in modo unitario.
I sinogrammi cinesi di YIN e YANG esprimono perfettamente l’indissociabilità di questi due aspetti: sono composti da due gruppi grafici: il primo è identico sia per yin e che per yang ed è rappresentato dalla parete pendente di un monte, il secondo specifica il punto di vista o il momento, cioè per lo yin si vede il segno che significa in luce, per yang un segno diverso che sta a significare in ombra. La montagna è unica, solo lo sguardo, o il momento considerato cambia.
Noi non siamo stati educati a questa visione sintetica e cercare di sperimentarla comporta una rivoluzione interiore per percepire la simultanea presenza dei due poli, la loro essenza comune, il dinamismo interno alla loro relazione.
Il movimento di una parte del corpo può avvenire secondo due modalità: analitica e sintetica; queste due modalità sono riferite anche al comando dei due emisferi cerebrali sinistro e destro.(1)
La prima, tipicamente occidentale dirige il movimento con il pensiero secondo un processo lineare di comandi settoriali e sequenziali; la seconda, abbandona l’interesse per la sequenza muscolare e si concentra più sull’obiettivo o risponde ad un processo più istintivo, immediato, come il movimento che facciamo per afferrare un appiglio se stiamo cadendo, o i movimenti continui della pedalata in bicicletta che facciamo senza pensare a cosa deve fare un piede e poi l’altro.
L’apprendimento del “tai-chi” comprende tutti e due questi processi fino ad integrarli, si inizia generalmente con un apprendimento mentale, logico-lineare, per continuare con un approccio più intuitivo- esperienziale che non diventerà mai automatico, senza coscienza, pena la perdita di uno dei suoi più validi aspetti, l’attenzione.
Si è potuto rilevare che l’interesse e la pratica del “tai-chi” portano le persone a provare piacere e consapevolezza per le piccole cose, a sperimentare che sono i dettagli a fare la differenza.
Il “tai-chi” è un’esperienza fisica che dà significato alle parole. La forza del “tai-chi” sta nell’integrazione della forma con la libertà. Una parte essenziale dell’apprendimento attraverso il corpo è il fattore inconscio che dipende dalla ripetizione e dalla interiorizzazione di un modello. (9)

conoscere - possedere - trasformare

Come viene elaborato/praticato nel “tai-chi” questo progetto fondamentale della Psicosintesi?
Conoscere:
In occidente, essere civilizzati, di solito presuppone un cervello iperattivo, pensante, analitico e un corpo quasi dimenticato, tranne che per il dolore , la fame, il sonno, la stanchezza.
Il primo passo nel “tai-chi” consiste pertanto nell’acquisire maggior conoscenza, consapevolezza del proprio corpo in ogni sua parte e nella sua situazione di oggetto pesante in movimento sulla superficie della terra.
Ognuno dà per scontato di conoscersi, poi alla prima lezione scopre che non ha la consapevolezza della propria abituale postura, della linea della colonna vertebrale, che credeva di saper stare stabilmente in piedi fermo e invece verifica che non è vero, che credeva di sapere come cammina e di farlo correttamente, mentre ad un’esperienza di camminata un po’ più consapevole si accorge che lo fa con un passo stereotipato, che non è conseguenza di una libera scelta, che il suo peso va a “cadere” sul piede che di volta in volta avanza, senza mettere in conto la possibilità o la necessità di cambiare direzione a metà movimento.
Tutti i maestri ed i testi di “tai-chi” dedicano molto spazio ed importanza all’insegnamento di una corretta postura e rilassamento del corpo, considerandoli elementi fondamentali per una circolazione efficiente dell’energia e per un movimento armonico.
Generalmente il primo periodo di pratica è dedicato prevalentemente ad addestrarsi a:
percepire che anche fisicamente abbiamo un centro -il tan tien o dan tien-, localizzato un po’ sotto l’ombelico ed una periferia (braccia, mani, gambe, piedi, testa) e che il movimento originato dal centro è diverso da quello svolto solo dagli organi periferici;
una tranquilla ma attenta osservazione e percezione di se stessi, della propria postura, della modalità di tenere le mani, i piedi, dell’architettura della propria struttura scheletrica in piedi e in movimento lento;
una percezione del proprio asse e del punto dove il proprio peso va a scaricarsi sul terreno;
una modalità di movimento lenta, fluida e continua, che verifichi ed eserciti l’equilibrio e permetta in ogni momento la modifica e la reversibilità dell’atto in corso;
un affinamento della percezione, che colga che cosa produce una modifica minima di postura o di spostamento dell’origine del movimento: ad esempio sentire la differenza di un movimento fatto coinvolgendo solo le spalle e le braccia rispetto ad uno che è prodotto da un movimento che ha origine nel bacino;
un’attenzione, sia verso se stessi che verso gli altri disidentificata, neutra, che ci fa agire e non reagire fino a diventare uno strumento sottile di conoscenza (autoconsapevolezza);
apprezzare l’armonia interiore che si è capaci di creare con un movimento fatto bene, verificare che non è vero che si è sempre maldestri ( autostima);
Già dopo questi esercizi preliminari spesso viene spontaneamente attivata una maggior consapevolezza nella vita quotidiana: qualche allievo riferisce con sorpresa di aver prestato attenzione alla propria postura mentre aspettava l’autobus, notando le proprie spalle tese e associando questo stato ai suoi pensieri, che stavano rimuginando su un conflitto recente nell’ambiente di lavoro. Altri riferiscono di aver notato un loro miglioramento nel movimento in camminate in montagna o nello sci ecc..
Questo modo di procedere dell’esperienza che è anche conoscenza si svolge su un percorso a spirale; si ripetono gli esercizi, cercando di rallentarli, raffinarli, distillarli, renderli essenziali, con un lavoro che è quasi sempre costituito da un togliere quello che è superfluo, perché l’essenza possa manifestarsi. Il ritorno sistematico sui propri passi fa scoprire aspetti e collegamenti via via più sottili dello stesso gesto, magari eseguito centinaia di volte, oppure di un fenomeno naturale esterno o di un rapporto con una persona, ecc..

Possedere (il posto fisico, il movimento):
nella vita io occupo un posto, sento di averne il diritto? Ne sono responsabile?
Nella pratica del “tai-chi” è molto importante imparare a creare, mantenere e difendere il giusto spazio.
Si dice che nel “tai-chi” si deve immaginare di essere dentro una bolla a forma di “uovo”, che siamo noi a creare con i movimenti di tronco, braccia e gambe e con l’intenzionalità. Questa bolla deve avere le giuste dimensioni: permettere che al suo interno si possano fare movimenti armonici, costituire una difesa adeguata, cioè non permettere all’ipotetico avversario di avvicinarsi troppo né essere troppo grande da presentare delle “falle”. La “tenuta” della bolla non è solo un fatto fisico, di postura, ma dipende anche da un campo energetico fatto di intenzioni, di sguardi, di presenza; anche un inesperto si accorge se la bolla è vuota, senza vita o se è piena di energia, vitale.
Questo aspetto dello spazio che si occupa è molto evidente quando si pratica in gruppo, osservando dove e come ci si posiziona, se si tengono le spalle curve o se si apre il petto, se si muovono le braccia con i gomiti vicino al tronco o se si fanno movimenti ampi, dilatati; tutto ciò esprime con un linguaggio molto chiaro quanto e come si esercita il diritto al proprio posto nell’esistenza. Su questo aspetto si lavora in molti modi: cambiare posto nella sala, imitare i movimenti armonici degli istruttori, esprimere il proprio diritto all’esistenza anche con movimenti “esplosivi” che nella pratica non sono mai sfogo, scarica incontrollata, ma costituiscono la conseguenza naturale di una preparazione.
I movimenti non si sviluppano mai per linee rette ma per curve, spirali, che creano volumi, spazi tridimensionali.
E’ fondamentale percepire che con l’intenzione, la volontà e i movimenti, creiamo uno spazio energetico più o meno ben formato..
Il corpo non è percepito come un’appendice della testa ma come sede della coscienza di se stessi. Si può far l’esperienza che “siamo” anche lì, nel nostro braccio.
Un’allieva un giorno riferiva che il “tai-chi” le dava l’impressione che il suo cervello non fosse più localizzato solamente nella testa ma si fosse “abbassato” nella zona dello sterno.
Ken Wilber, considerato uno dei massimi rappresentanti e divulgatori della psicologia transpersonale, nel suoi libri “Oltre i confini” e “Progetto Atman” cita il “tai-chi” tra le discipline che favoriscono l’acquisizione del livello di coscienza del centauro, che, secondo la sua visione dello sviluppo della coscienza, è un livello di ulteriore espansione, dopo che si è conquistata la propria identità come “ego sano”.
Questa espansione passa per una fase di ripossessione del corpo. La consapevolezza del corpo nella dimensione egoica è quasi esclusivamente mentale: il corpo è una proprietà, una cosa e questo presuppone una scissione, un confine tra mente e corpo che andrà integrato. L’ego di regola si identifica solo con le azioni e i processi volontari e li riferisce a se stesso dicendo “muovo un braccio” ma non dirà “circolo il sangue”. Per sciogliere questo confine vi sono diverse modalità, tutte contemplano di ristabilire un contatto con il proprio corpo. Normalmente noi non percepiamo veramente le nostre membra, i nostri organi, ma una loro rappresentazione mentale. Nelle prime lezioni di “tai-chi” si cerca innanzitutto di insegnare come creare una condizione di acquietamento generale, presupposto indispensabile perché si possa poi contattare il corpo e sentire i suoi messaggi. Far sedimentare il polverone di preoccupazioni e di stimoli esterni per percepire i richiami che hanno una voce più flebile, ma riguardano se stessi più da vicino, sentire quanti messaggi ci sta mandando il corpo che abbiamo finora ignorato; prestare un’attenzione che diventa prendersi cura, come di qualcosa che non solo ci appartiene ma che è “noi”.
Io ho provato ancora verso il mio corpo una sensazione simile a quella che si prova quando si incontra un amico che non si vedeva da tempo, alla gioia di poter trascorrere del tempo assieme con lui.
Anche il setting dà il suo contributo in tal senso: una sala spaziosa ed areata, ordinata e silenziosa, senza mobili e suppellettili, i primi minuti dedicati ad una centratura in una postura comoda da seduti o in piedi ma immobili con la schiena ben eretta, con l’attenzione sul proprio respiro.
Se uno sta attento, in quei momenti si accorge di tensioni delle quali non era consapevole, verifica che queste non si sciolgono così facilmente, che ci sono voluti molti anni per costruirle e ora non sono disposte a mollare tanto facilmente la presa; magari nel momento che vi si presta attenzione si riesce più o meno ad allentarle ma al primo momento di disattenzione si ristabiliranno al loro posto.
Dalla integrazione di: “mente–corpo”, “volontario–involontario”, “voluto–spontaneo”, risulta un cambiamento della percezione di sé. Il centauro si può dire che vive nella dimensione temporale del presente in divenire.
Il corpo, secondo questa visione non è una realtà più profonda dell’ego, piuttosto l’integrazione del corpo e dell’ego è una realtà più profonda delle due prese separatamente.
Uno degli obiettivi della pratica è di essere presenti nel movimento ed essere contestualmente osservatori di se stessi, possedere quindi ogni movimento con tutto il nostro essere, esser capaci di visualizzarlo, di guidarlo mentalmente, di eseguirlo istintivamente fino a trasformarlo da gesto obbligato a frutto di una decisione libera.
Nel “tai-chi” non ci dovrebbe essere movimento senza consapevolezza, né movimento dove l’attenzione mentale è dedicata ad una sola parte del corpo.

Trasformare
Cambiare: è il tema attorno a cui ruota spesso la nostra vita, collettiva ed individuale. Lo desideriamo con forza e nello stesso tempo gli opponiamo resistenza.
Trasformazione è movimento, il “tai-chi” è movimento, lento continuo, senza interruzioni, una figura sfuma nella preparazione alla successiva, come i cicli di trasformazione in natura. Immagine di riferimento è il cerchio, dove attraverso il movimento ogni cosa si modifica e diventa il suo opposto. L’unità, racchiude in sé gli opposti indissolubili.
Il gioco degli opposti, rappresentati dal simbolo del Tao, è espresso in modo cinetico nell’esercizio del “tai-chi”.(9)
Secondo la visione cinese l’essere umano è costituito da una complessa rete di energie che si interconnettono e sono in continuo movimento e trasformazione, essa non considera inoltre i confini della nostra epidermide come un limite a queste interrelazioni. Senza entrare nello specifico della materia che tratta dell’energia - termine che in cinese, in una delle sue accezioni è chiamato “chi” - si dice che quando la pratica raggiunge un certo livello “ la mente muove il chi e il chi muove il corpo”.
Il sinogramma cinese che rappresenta il “chi” raffigura il coperchio sollevato dal vapore che si sprigiona da una pentola dove sta cuocendo il riso. E’ un’immagine che evoca la forza della natura concreta, una trasformazione originata come da un movimento interno.
Nell’ambito delle arti marziali il significato di questo termine è spesso degenerato in un’accezione di forza occulta misteriosa e magica che permette di raggiungere lo stato di invincibilità. “Chi” si può intendere anche come espressione della non dualità di Yin e Yang, come ciò che esprime il dinamismo che mette in relazione le forme, ciò che crea il legame.
Nel pensiero cinese, tutto è energia, mentre per noi è più comune concepirla come un aspetto complementare alla materia; nel “tai-chi” il termine energia dovrebbe esser usato come aggettivo del principio di non dualità, più che come sostantivo.
L’ideazione, l’immaginazione è parte integrante del “tai-chi”; ogni movimento, ogni postura comporta una preventiva immagine che deve comprendere aspetti molto più vasti del suo apparire esteriore, questo permette la trasformazione dell’energia. Il movimento non deve essere generato da uno sforzo meccanico ma deve formarsi dal nostro centro, anche fisico, per l’azione cosciente della mente che guida l’espandersi, il contrarsi, il ruotare del “tan tien” localizzato circa tre dita sotto l’ombelico e sede di accumulo e trasformazione del “chi”;
Nell’eseguire la forma ci si dovrebbe muovere e contestualmente essere testimoni, questo dà una sensazione di libertà e autocentratura.
L’armonia e l’attenzione che viene sperimentata nella pratica è spesso trasformata in consapevolezza e sperimentata spontaneamente in altri contesti del quotidiano.
Molte testimonianze di allievi mi hanno confermato questo, ne cito due rispettivamente del più anziano e del più giovane e che ancora evocano una certa commozione in me:
“ora quando prendo il vaso dello zucchero dalla dispensa “so” che sto prendendo il vaso dello zucchero e questo l’ho imparato dal “tai-chi” ( allievo di 72 anni)”;
“stamattina uscendo di casa per andare al lavoro, inaspettatamente ho respirato col corpo l’aria e sapeva di primavera, ho sentito chiaramente inoltre che se non avessi fatto “tai-chi” non avrei avuto questa esperienza.”

relazioni tra l’IO e le altre funzioni psichiche - rapporto tra il tan–tien e le altre parti del corpo

Scopo della psicosintesi è far emergere e rafforzare l’IO in modo da farlo diventare il nucleo centrale che tramite la volontà possa usare consapevolmente le varie funzioni psichiche. Scopo del “tai-chi” è contattare, costruire, rafforzare e mantenere una costante attenzione ad un luogo fisico centrale nel nostro corpo “il Tan-tien” fino a farlo diventare nucleo centrale di origine e motore di ogni movimento.
Nella psicosintesi tutto dovrebbe passare al vaglio dell’Io ed ogni azione dovrebbe nascere dalla sua libera volontà.
Nel “tai-chi” tutto dovrebbe nascere nella mente e da qui esser trasferito al Tan-tien, che è l’io corporale che muove tutte le altre membra con tutte le loro possibilità di movimento.
Nella relazione con una persona si percepisce, si può dedurre se questa sta agendo dall’io personale o se è agita da qualche subpersonalità; quando si fa “tai-chi” o si vede farlo da un altro si può dedurre se i suoi movimenti nascono nella sua mente e se sono originati fisicamente nel Tan-tien o se invece sono nati da schemi istintuali preacquisiti o sono governati dalla memoria razionale e sono trasferiti meccanicamente alle membra periferiche senza il coinvolgimento del Tan-tien.
Come si è frammentati a livello psichico, cioè non si ha un unico io centrale che dirige e governa, ma ci possono essere di volta in volta delle sub-personalità che prendono il posto al centro della ribalta della nostra vita e impongono le loro esigenze e modalità d'espressione, così si è frammentati a livello di relazione con il corpo nei suoi movimenti. Non ci si percepisce come un’unità in movimento, ma come parti alle quali si pensa separatamente per muoverle, a meno che non siano movimenti automatici.
La disciplina del “tai-chi” tenta di portare gradualmente l’attenzione dalla periferia al centro, richiede di focalizzare la consapevolezza nel Tan-tien; questo non porta come conseguenza a dimenticarsi del resto del corpo ma a creare un centro unificatore che magnetizza attorno a se l’opera delle altre membra ed organi e dà la sensazione di essere un’unità in movimento.
Per muoversi a livello psichico armonicamente ed adeguatamente in risposta alle varie situazioni della vita l’IO autocosciente dovrebbe fare il regista; per muoversi armonicamente e nello stesso tempo essere pronti a rispondere adeguatamente a livello motorio alle varie situazioni, il proprio Tan-tien dovrebbe far da motore di ogni movimento.

LA VOLONTA’

Siamo un io che vuole; dopodichè dobbiamo sviluppare la volontà e renderla abbastanza forte da essere all’altezza dei molteplici usi a cui è chiamata in tutti i campi della vita.
Il corpo è un organismo unificato, un’unità funzionale di infinite parti diverse, una dimostrazione perfetta dell’unità nella diversità.
Se consideriamo questo processo dall’interno, troviamo che possiamo averne l’esperienza esistenziale cosciente. Possiamo sentirla come un’energia intelligente, diretta verso un fine preciso, ed avente uno scopo. Queste sono le caratteristiche specifiche della volontà intesa come espressione dell’io sintetizzatore.
La concentrazione è una qualità essenziale della volontà, la sua mancanza può rendere vana una volontà forte. La concentrazione si ottiene con l’attenzione. Essere in grado di concentrarsi deliberatamente, con un atto che combini concentrazione e controllo, ha un importante uso pratico: quello di mantenere chiaramente e stabilmente nel campo della coscienza le immagini e le idee delle azioni che vogliamo compiere. Questo implica l’uso volontario dell’elemento motore contenuto nelle immagini e nelle idee, secondo le legge psicologica che dice: “ Le immagini o figure mentali tendono a produrre le condizioni fisiche e gli atti esteriori ad esse corrispondenti”.(4)
La disciplina del “tai-chi” vede nell’esercizio e nello sviluppo della volontà, della concentrazione e dell’immaginazione i suoi punti di forza.
Sappiamo quanto sia stata oggetto di studio da parte di Assagioli la funzione della volontà che caratterizza l’uomo. Assagioli dice nella sua visione che si possono individuare volontà di diverso tipo: volontà forte, volontà sapiente, volontà buona, volontà transpersonale.
Tenteremo ora di vedere come nell’evolversi dell’apprendimento del “tai-chi” sia parallelamente necessario l’addestramento all’uso di una volontà sempre più raffinata e sempre più adatta allo scopo dell’attimo presente.

Fase della volontà forte
In realtà il movimento fisico è un atto di volontà, un ordine impartito al corpo e il ripetere deliberatamente questi atti con attenzione, impegno e resistenza esercita rinvigorisce la volontà. Tuttavia per ricavare da questi esercizi il maggior beneficio, li si deve compiere con l’unico scopo, o almeno con l’obiettivo principale di allenare la volontà.
Tali esercizi vanno fatti con precisione calcolata e con attenzione. Gli esercizi e gli sport più adatti a questo scopo non sono quelli di natura violenta ed eccitante, ma piuttosto quelli che richiedono calma, resistenza, destrezza e coraggio, che permettono pause ed una certa varietà di movimento.(4)
Il “tai-chi” ha i requisiti descritti sopra da Assagioli e quando si inizia ad imparare la sequenza di movimenti ci si trova ad affrontare difficoltà di vario ordine, ad esempio: impegnarsi alla puntuale frequenza del corso, memorizzare ed eseguire movimenti non naturali, rispettare con estrema precisione lo svolgersi del movimento e nello stesso tempo essere rilassati naturali, senza tensioni. In questa fase la volontà forte ha una componente maggioritaria, serve a superare la frustrazione della lentezza dell’apprendimento, a usare la memoria, a imitare istruttori e compagni più esperti, a condurre con la razionalità sequenze lineari di movimenti ad impegnarsi con regolarità anche fuori del corso negli esercizi appresi. Le persone con una volontà forte molto sviluppata generalmente sono favorite nella prima fase di apprendimento, mentre quelle con una volontà debole spesso non riescono a superare questo livello e si precludono la possibilità di accedere ad altri livelli dove magari sarebbero più favoriti per le loro doti di destrezza, di sensibilità, di intelligenza motoria. Anche nel “tai-chi” come nella vita, sembra che la volontà forte sia un prerequisito per poter “praticare”. Vale a dire infatti che spesso una delle maggiori difficoltà è la mancanza di volontà per poter mettersi al lavoro.

Fase della volontà sapiente
Per capire bene la volontà bisogna avere una visione chiara ed equilibrata della sua duplice natura: due aspetti diversi ma non contraddittori. Da una parte l’elemento energia va riconosciuto, valutato, rafforzato ed infine usato saggiamente. Contemporaneamente si deve riconoscere che ci sono degli atti volitivi che non richiedono necessariamente uno sforzo.(4)
All’inizio generalmente si ha una concezione del movimento come di un atto meccanico, separabile, misurabile, così il debuttante crede di poter fare, imita i gesti dell’istruttore, ma viene rapidamente deluso per la qualità scadente del risultato che non corrisponde alle sue aspettative. Non ha tenuto conto che il movimento è una globalità che comprende una quantità di fattori che egli ancora non conosce; la sua interpretazione aleatoria di quello che ha visto, l’imprecisione della sua intenzione, le sue paure, i suoi desideri di far bene e di evitare di far male, deformano il gesto. Lo scarto esistente tra i modelli fino allora acquisiti e le azioni viste, la sua incapacità di attenersi ad un corretto ritmo creano una divisione tra interiore ed esteriore.
Dopo la prima fase di apprendimento che può durare anche per lungo tempo e che può rimanere l’unica modalità che si riesce a esercitare, se ci si accorge che qualcosa non soddisfa, che il “tai-chi” può essere qualcosa d’altro, inizia una seconda fase nella quale la volontà è esercitata con modalità diverse. Primo segnale da ascoltare è la fatica, lo sforzo, la rigidità, si deve trovare il modo di diminuirli. Da quel momento ci si può accorgere che “impegnandosi meno” -almeno nel significato usuale del termine- si può ottenere di più. Ma presto ci si accorge che non basta desiderare una cosa per averla; pur impegnandosi con tutta l’attenzione pensando a muovere un braccio, una mano, un piede, si dimentica l’altro; il cambiamento che si inizia ad operare sarà di spostare l’attenzione dalla periferia al centro, sperimentando che il resto del corpo è mosso proprio da lì con molta più armonia e facilità. Se si guarda chi fa bene “tai-chi” sembra che tutto si svolga senza fatica e con naturalezza, ma questa è frutto, oltre che di un impegno lungo e costante, anche di un’intenzione tranquilla, non assillata dai soliti conflitti.
A questo livello diventa necessario abbandonare vecchi schemi, disidentificarsi da proprie immagini, ruoli, accettare con divertimento il ruolo di principiante, ma del principiante con la curiosità del bambino che assorbe tutto senza giudicare, senza aspettative ansiose.
Si vede la leggerezza del maestro ma non si è in grado di abbandonare i propri atteggiamenti pesanti, le rigidità dei nostri movimenti; bisogna diventare astuti, distogliere lo sguardo, l’attenzione dalle mani e piedi del maestro per guardare al centro, al suo Tan-tien, come si muove, come si espande, come ruota. Non dimentichiamo che il “tai-chi” è un’arte marziale che non lascia trapelare in anticipo il movimento che sta per esser fatto, cerca di confondere l’avversario, questo fatto credo che spieghi la difficoltà che si ha nell’imitare il maestro, spesso è solo dopo che il movimento viene suddiviso in movimenti elementari, e spiegato verbalmente che si è in grado di imitarlo, anche se in apparenza si tratta di movimenti semplici.
Questo rispecchia ciò che Assagioli definisce come volontà sapiente: l’abilità di sviluppare la strategia più efficace e che richiede il minor sforzo piuttosto che la strategia più ovvia e più diretta.(4 )

Fase della volontà buona
La volontà buona è una volontà di far bene; una volontà che sceglie e vuole il bene(4)
Ci sono degli ostacoli all’esprimersi di questo tipo di volontà: egoismo, egocentrismo, mancanza di comprensione per gli altri.
La pratica del “tai-chi” svolta in gruppo ci mette a confronto con questi ostacoli e se lo vogliamo possiamo disporre degli strumenti per riconoscerli, sentire che costituiscono un limite e infine superarli. Riconoscere che si occupa “un posto” nella sala e non “il posto”, che l’istruttore è impegnato a trasmettere al gruppo e non solamente a se stessi, sentire che se si riesce a entrare in un ritmo, in una sincronia con gli altri si collabora alla creazione di un’energia che va oltre quella individuale, che fare “tai-chi” non è solo muoversi ma è anche saper ascoltare l’altro, gli altri, significa iniziare a trovare significato e valore in dimensioni che trascendono le pretese esclusiviste dell’ego.
Cheng Man-ch’ing nel suo volume “ Tredici capitoli sul “tai-chi” dice: “la pratica di quest’ arte non sarà solo in grado di neutralizzare la durezza e la velocità ma potrà soprattutto rafforzare i deboli, sollevare gli ammalati, rinvigorire i debilitati e dar coraggio ai timorosi. Essa perciò è davvero un modo per rafforzare il singolo e l’umanità”.
Queste parole che ad una prima lettura sembrano così pretenziose e altisonanti possono invece indicarci personalmente una via alla nostra portata, naturalmente a patto che su questa ci mettiamo in cammino e non solo per motivi egoistici individuali.

Fase della volontà transpersonale
Oltre alle condizioni già citate, c’è un’altra condizione superiore, in cui la volontà personale è senza sforzo; quando colui che vuole è così identificato con la Volontà Transpersonale che tutto ciò che fa si realizza liberamente e spontaneamente, ed egli sente di essere un canale consenziente in cui affluiscono e per mezzo di cui operano potenti energie. Questo è il Wu-wei.(4)
Nella postura da fermi che si mantiene prima di dar inizio ai movimenti della forma i cinesi dicono che lì in quel momento c’è già tutto il “tai-chi”; dopo è solo il dar forma alla sua manifestazione.
Questo aspetto della volontà verrà considerato in modo più esteso nel capitolo dedicato al “tai-chi” come via al Sé. Possiamo peraltro fin d’ora riconoscere che in certi casi la disciplina può costituire un mezzo per rispondere ad una domanda vitale, ad una istanza profonda del proprio essere che sta cercando una modalità adeguata di realizzazione. Una risposta su tutti i piani dell’essere, prodotta non tanto dalla straordinarietà degli atti ma dal fatto che atti comuni, naturali sono portati al loro massimo grado di purezza, perfezione e universalità, diventando qualcosa di nuovo. In tali casi il praticante non agisce più spinto da una volontà ordinaria ma si muove come in risposta ad una chiamata.

IL “TAI-CHI” E LA STELLA DELLE FUNZIONI

Per funzione si intende un’attività della psiche incaricata di compiti sempre uguali negli obiettivi, anche se perfezionabili, ampliabili o modificabili nelle modalità di realizzazione a seconda della maturità, dell’ambiente e delle competenze.(5)
L’essere umano non nasce con tutte le funzioni psichiche sviluppate ma si può immaginare di vederle come amalgamate in una sfera dalla quale non escono ancora raggi differenziati.
Per tale motivo le sue risposte agli stimoli dell’ambiente sono altrettanto indifferenziate, ad esempio ad uno stimolo gradevole un bimbo di pochi mesi potrà rispondere con un sorriso o con un movimento incontrollato di tutte le membra.
La suddivisione delle funzioni proposta da Assagioli vede l’io al centro di una stella a sei punte: ognuno dei sei raggi rappresenta la struttura ed i processi di una funzione psichica mentre al centro l’io è contornato dalla funzione volontà che gli fa da corona, quindi la volontà è vista come una meta-funzione, con la volontà la coscienza coordina e rende operative le altre funzioni.
Ciascuno di noi ha uno sviluppo personale della stella e se potesse vederla rappresentata graficamente, molto probabilmente constaterebbe che non ha tutti i raggi della stessa ampiezza, da ciò potrebbe dedurre che alcune funzioni in lui sono più sviluppate di altre. Per Assagioli l’uomo ideale dovrebbe avere tutte le funzioni sviluppate, tale uomo può essere chiamato uomo stellare. Uno dei più importanti compiti della psicosintesi è quello di conoscere controllare, sviluppare e armonizzare le varie funzioni. Prenderemo ora in considerazione le singole funzioni e come nella pratica del “tai-chi” si agisca su ognuna, anche se non si dovrà dimenticare che, vista nel suo operare complessivo, la psiche agisce come un’attività congiunta di aree differenziate.

La funzione sensoriale
Il corpo è nel mondo come il cuore è nell’organismo: mantiene continuamente in vita lo spettacolo visibile,lo anima e lo alimenta internamente, forma con esso un sistema.(7)
Il primo addestramento al quale ci si dedica nella pratica è l’affinamento delle capacità percettive. Tutti gli aneddoti che parlano delle gesta di grandi maestri citano la loro stupefacente capacità di percepire in anticipo ciò che stava per succedere, e lo percepivano da segnali ad altri invisibili: sentivano i rumori lontanissimi, coglievano un movimento impercettibile, annusavano si può dire l’ambiente.
Si definisce “somatosensorio “ ogni genere di sensazioni, percezioni corporee, sia derivate dal tocco di un altro su di noi che da un movimento dei nostri organi. Non tutte le informazioni somatosensorie arrivano ad affiorare alla coscienza, c’è un processo di filtraggio che per evitare intasamenti sceglie a quali stimoli prestare attenzione in un dato momento. L’efficienza del processo di filtraggio è influenzata da molti fattori fra i quali le esperienze vissute nel passato in modo particolare nell’infanzia. Recenti scoperte di ricercatori della Columbia University hanno dimostrato attraverso indagini sui recettori dei circuiti neuronali come i ricordi siano immagazzinati non solo nel cervello ma praticamente siano distribuiti in tutto il nostro corpo, dagli organi interni fino all’epidermide con concentrazioni maggiori in alcuni punti di snodo chiamati gangli.
Elmer Geen, pioniere dell’uso del biofeedback sostiene che ogni cambiamento nello stato fisiologico è accompagnato da un cambiamento correlato nello stato mentale, emotivo, cosciente o no e viceversa.(6)
Questo è anche quanto descritto dalla seconda e terza legge psicodinamica.
Tensione e rilassamento muscolare sono le primissime sensazioni, o contrasto di sensazioni avvertite dall’essere umano. La rigidità psichica della personalità adulta nasconde alle sue origini la memoria percettiva di stati di allarme che irrigidivano l’apparato muscolare. L’inadeguatezza o la negatività della madre nell’accudire il neonato, i molti conflitti e stati di coercizione prodotti dall’educazione e dall’ambiente sociale in cui uno è immerso generano stati di malessere e timore che si riflettono nella muscolatura, inducendovi rigidità. La rigidità si propaga poi nell’affettività e nelle idee come recita la seconda legge della psicodinamica. (5)
Ognuno quando inizia a praticare “tai-chi” porta dunque con sè, nel suo essere e nei suoi movimenti la memoria del suo vissuto impressa nei suoi organi, muscoli ecc.. ma abbiamo visto che questo è uno stato modificabile in misura più o meno determinante a seconda della profondità di cristallizzazione del fenomeno.
Le leve sulle quali si agisce nella pratica, e che possono contribuire ad ottenere modifiche desiderabili sono diverse:
gli esercizi per aumentare la facoltà di propriocezione, cioè l’immagine soggettiva che abbiamo di noi vista dall’interno, sono il primo e forse il più efficace canale per un lavoro verso lo sviluppo interiore; l’aumentare della sensibilità e della precisione delle percezioni corporee porta alla percezione di sfumature più sottili anche nella sfera mentale ed emotiva;
i movimenti sfuggono ai soliti obiettivi per i quali normalmente ci muoviamo, vengono eseguiti ad una velocità molto più lenta del consueto e richiedono una presenza consapevole; seguono un ritmo, un’onda come di marea che non corrisponde alla frenesia e alle richieste di risposta del quotidiano;
i movimenti sono stati codificati da esseri con una superiore visione del mondo, rispondono a delle leggi di armonia e di equilibrio verificate da centinaia di anni e da milioni di praticanti;
la pratica può esser fatta in gruppo, in un contesto creato appositamente per costituire un ambiente protetto nel quale non vigono i soliti schemi di giudizio;
la ripetizione in modo identico per migliaia di volte dei movimenti li purifica da ogni imperfezione fino a farli entrare in ogni cellula del nostro essere (sesta legge della psicodinamica)
Tutto ciò porta la persona a trovare piacere nel sentirsi muovere in questo modo, a sentire dopo i primi approcci maldestri che anche lei con l’addestramento e l’attenzione può armonizzare i suoi gesti, ma non solo. Dopo un certo tempo si accorge che questo influenza anche la sensibilità di altri suoi organi di senso con effetti non uguali per tutti. Ad esempio alcuni riferiscono di percepire di più i colori, altri i profumi, altri come si muovono.
Poiché i cinque sensi accolgono il mondo e ne danno informazione al cervello, possiamo dire che in senso esteso si modifica la percezione che uno ha di sè e del mondo.
Se si isola il corpo dall’esistenza, se lo si astrae dal suo vissuto quotidiano, ciò che si incontra non è più la corporeità che l’esistenza vive, ma l’organismo che la biologia descrive. Perché acquisti significato è necessario che questo organismo si costituisca come una presenza al mondo.
La psicologia non si propone di discutere ipotesi teoriche che si formulano su fatti psichici, ma di comprendere questi fatti, che nella loro struttura essenziale sono reazioni del corpo col mondo. L’io non si distingue dal corpo e dalla persona che il corpo dischiude, non posso dire che lo sguardo vede qualcosa per me o che il braccio afferra qualcosa per me. Sono infatti io questo sguardo che ispeziona, questo braccio che afferra.
La coincidenza di corpo e presenza è in quel “sentirsi bene” in cui l’io aderisce al suo stato corporeo, lasciandosi invadere dalla calma, dal silenzio, ascoltando e ascoltandosi vivere. Nell’arretramento della presenza si nasconde il senso profondo della malattia, la presenza si raccoglie nell’ascolto del proprio corpo, un ascolto ansioso, inquieto, che rattrappisce ogni prospettiva allontana ogni progetto, il mio corpo diventa per me il mondo.(8)

La funzione istintuale
La nona legge psicologica dice che: “ Gli istinti, gli impulsi, tendono ad esprimersi ed esigono espressione.”
Jung afferma che gli istinti non sono vaghi e indistinti ma forze prorompenti che perseguono i loro scopi ed hanno strette analogie con gli archetipi.
La differenza tra il comportamento animale e quello umano è che nel primo il comportamento è legato totalmente agli istinti, mentre l’uomo si confronta ogni giorno con la possibilità di scelta di come esprimere le tendenze istintuali con modalità approvabili e costruttive o almeno non dannose a se stesso e agli altri.
Le forze istintuali sono presenti senza tregua nella nostra vita, gratificata una ne affiora un’altra. Ma non è obbligatoria la forma diretta di espressione, esistono forme alternative, indirette o simboliche o trasformative, che possono dare espressione a queste istanze e trovare gratificazione.
Nel “tai-chi” non troviamo certamente occasione di poter dare espressione, gratificare alcune categorie di istinti , quali ad esempio quelli di nutrizione, di riproduzione, ma gli istinti di autoaffermazione, di conservazione, trovano una via di rappresentazione diretta o simbolica in modo particolare nel lavoro in gruppo.
In questo contesto si può osservare:
come ognuno tenda a trovare una sua posizione fisica, in qualche modo la difenda o viceversa si lasci invadere;
come qualcuno preferisca “l’invisibilità”, il non farsi notare, mentre altri abbiano bisogno di esser notati, questo li rende più tranquilli, si sentono più protetti, più valorizzati;
come l’ampiezza del movimento esprima il senso del valore che uno ha di se stesso, la fiducia nel mondo, negli altri; qualcuno deve esser invitato ad aprire i gomiti, non tenerli sempre stretti al tronco, altri invece vanno sensibilizzati ad osservare che si muovono con le braccia completamente tese in avanti o lateralmente, quasi alla conquista di uno spazio esagerato che poi non sapranno gestire, difendere, riempire con la propria energia;
come alcuni gradiscano gli esercizi che si fanno a coppie mentre altri vi si trovino a disagio e lavorino meglio sugli esercizi che si eseguono da singoli.
La ricerca e la conoscenza dei bisogni fondamentali dell’uomo e di noi stessi, non è pura speculazione, riveste utilità pratica; ogni scelta della vita prende spunto da essi.
I livelli da cui prendono forma spaziano dall’inconscio egocentrico, egoistico, alle sfere coscienti fino alle sfere transpersonali. (5)

La funzione emotiva
Fra tutti i processi,quelli emotivi hanno la peculiarità, forse unica, di interagire a tutti i livelli con il funzionamento dell’organismo e della psiche: neurologico, viscerale, intellettivo, immaginativo, comportamentale.
Durante la crescita le emozioni abbandonano le primitive risposte corporee automatiche e tendono ad adeguarsi alle scelte della mente.
Un atto decisionale esige un piano e una sequenza operativa; data la lentezza con cui la mente opera rispetto alla velocità delle emozioni queste arrivano sempre in anticipo. (5)
Non sempre gli ordini impartiti dal cervello vengono esauditi, o meglio nascono dei conflitti tra ciò che si desidererebbe fare e ciò che siamo in grado di fare; spesso ad esempio, la paura ci sommerge facendo intervenire i processi neurobiologici, che ci impediscono di riflettere e ci inducono alla fuga.
I conflitti di potere tra il livello mentale ed emotivo sono all’ordine del giorno ed il prevalere dell’uno o dell’altro dipende dalla maturità della personalità e dall’intensità dello stimolo. Contrariamente a quanto si crede consuetamente non si fugge alla vista di una serpe per l’insorgere della paura ma, tachicardia, disturbi viscerali, timori ci inducono a fuggire e solo secondariamente provocano l’interpretazione mentale della paura di essere aggrediti dal rettile.(5)
Il “tai-chi” è un’arte marziale e alle sue origini chi si impegnava in combattimenti veniva addestrato a vincere la paura; anche se la pratica di quest’arte per quanto mi riguarda si riferisce ad aspetti soprattutto interiori, viene chiamata anche combattimento con l’ombra, ci si deve confrontare comunque con le emozioni, il cui insorgere è spesso non richiesto.
Spesso vengono date indicazioni agli allievi di evocare lo stato dello stomaco in un momento di gioia, di tranquillità, quando sorridiamo, anziché cercare con la mente di indurre ad esempio uno stato di rilassamento, di respirazione tranquilla non contratta; in questo modo l’induzione arriva per un canale più diretto e più efficace.
Le emozioni con le quali ci si deve confrontare più frequentemente nella pratica sono la vergogna, la frustrazione, la rabbia, ma anche la gioia, la serenità, la tranquillità.
Il lavoro che si cerca di fare è di non lasciare che una di queste prenda il monopolio, ma agire per la loro armonizzazione alle aspettative della nostra coscienza; agire in modo indiretto come dice la seconda legge psicologica e cioè agire sugli atteggiamenti, sulle azioni, sui movimenti in modo tale che questi a loro volta tenderanno ad evocare emozioni e sentimenti corrispondenti.
Le azioni, i movimenti, gli atteggiamenti del “tai-chi” anche visti dall’esterno evocano sentimenti di leggerezza, armonia, equilibrio, quiete gioiosa ma anche forza, coraggio.
La funzione immaginativa
Si dice che un’immagine vale mille parole. Questo i cinesi lo devono aver capito molto prima e molto meglio di noi se hanno codificato una scrittura che per esprimersi usa le immagini.
Che cosa si immagina? L’immaginazione è l’utero di ogni parto umano, con lei costruiamo modelli, predisponiamo avvenimenti e incontri.
Le immagini hanno la proprietà di poter essere manipolate, modificate sino a comporre le sequenze più appropriate per le ipotesi prospettate. L’immaginazione non evoca solo immagini visive ma olfattive, gustative, tattili, cinestetiche ecc(5).
Tutte le parole sono simboli e che certe parole come : serenità, coraggio, gioia, compassione ecc.. possano influenzare i nostri stati d’animo e le nostre idee non ha bisogno di esser dimostrato; esse evocano e rendono operativi i significati e le idee forza che rappresentano.(4)
Già i nomi delle varie figure che compongono una sequenza sono parole simbolo: separare il cielo e la terra, l’airone bianco distende le ali, formare la palla, afferrare la coda del passero, portare la tigre alla montagna, colpire la tigre con l’arco, andare a prendere l’ago in fondo al mare, muovere le mani a forma di nuvole ecc…; esse stimolano l’immaginazione, tenute nel campo della consapevolezza durante la pratica, danno forza pregnante ad ogni movimento. Oltre a questo, gli insegnanti di “tai-chi” insistono molto sull’importanza che ha “l’intenzione” nella fase più avanzata della pratica, l’intenzione deve muovere il “chi” e il tan-tien e il tan-tien deve muovere il resto del corpo, ma non basta, l’intenzione deve anche dirigere la forza dell’avversario, vero o immaginario che sia.
Ad esempio una spinta frontale va assorbita, non contrastata e va diretta intenzionalmente sull’ asse verticale che porta alla sommità del capo; questo ci permette innanzitutto di entrare in una condizione di ascolto attento e poi di dirigere nel modo più appropriato le forze che tenderebbero a destabilizzarci. Anche quando la nostra parte è attiva si fa sempre molto uso dell’immaginazione: nel far risalire l’energia della terra dai piedi verso il tan-tien, nell’immaginare che la nostra spinta sia destinata ad un punto molto più arretrato del nostro avversario, quando ci si espande si immagina che ogni poro della nostra pelle si apra si espanda come se in ogni poro ci fosse un bocciolo di fiore che si apre al ritmo di ogni espansione e si chiude ad ogni compressione.
Quando si fa la figura di separare, aprire il cielo, si è invitati ad immaginare proprio che le nostre braccia facciano questo.
Tutto ciò da molta più energia, pienezza ai movimenti.

La funzione mentale
Si dice che si dovrebbe fare “tai-chi” “pensando il movimento e muovendo il pensiero”.
L’immaginazione disgiunta dalle qualità razionali e logiche della mente è fluttuante e inconcludente, mentre la razionalità in sua assenza è ripetitiva e statica. Le immagini vengono consegnate alla funzione mentale per una loro elaborazione. Pensare è creare. Il pensiero è alla base dei processi psichici dell’uomo. Assagioli definisce la funzione mentale uno strumento di ricerca e di espressione, un organo di conoscenza sia del mondo esterno che interno. Il cervello è una struttura biologica formata da miriadi di colonie cellulari che danno vita alle funzioni psicologiche e fra queste alla funzione mentale. (5)
Secondo la visione buddista tutte le sofferenze hanno origine nella mente, l’obiettivo primario è quindi di osservare, sorvegliare e divenire padroni della propria mente. Ciascuno crea il suo mondo, che corrisponderà a quanto la sua mente ha interpretato in base alle percezioni via via ricevute, ognuno è convinto che quello sia l’unico mondo possibile. Se una cosa mi dà piacere è perché quella cosa “dà” piacere, se invece di un’altra cosa ho disgusto o paura, è la cosa in se stessa che è disgustosa o terrificante. Questi stereotipi di valutazione sono peraltro molto vulnerabili ad un esame anche non molto approfondito, basterebbe confrontare valutazioni e significati in culture molto lontane; per noi un serpente è solo un animale da fuggire con terrore, mentre per un abitante dell’Amazzonia può essere anche una leccornia, ecc…
Ma la mente dove è localizzata? Più le indagini scientifiche si spingono avanti nell’esplorazione e nella stimolazione strumentale di processi mentali e più diventa difficile rispondere che si è trovato “il luogo” dove risiede la mente, se per mente intendiamo quell’insieme di elaborazioni degli eventi, che integrate tra loro ci fanno vivere soggettivamente un’esperienza unificata di vita.
Nel “tai-chi” l’uso corretto della mente ha una grande importanza. Ci si addestra innanzitutto a saper tranquillizzare la mente, con esercizi da seduti o in piedi da fermi, poi in movimento. Si prosegue con l’affinamento dell’attenzione, la mente deve abbandonare pensieri, ricordi e progetti per dedicarsi tutta al presente, cogliere tutto quello che succede fuori e dentro se stessi in quel momento.
Quando le arti marziali erano praticate con combattimenti veri, uno degli addestramenti più importanti e più difficili era saper controllare la paura, anche quella della morte. Ora,anche se pratichiamo senza il pensiero del combattimento, non è che questo ci ha liberati dalla paura, ci confrontiamo comunque con nostre paure interiori, consce o inconsce. Le più frequenti paure da affrontare sono di solito: il timore di non essere all’altezza, di non imparare abbastanza velocemente, di farsi vedere impacciati, maldestri, imbranati, di esser giudicati.
E’ difficile all’inizio accettare che movimenti così semplici nella loro apparenza si apprendano così lentamente, questo come abbiamo già detto mette alla prova la volontà. Non è possibile agire direttamente sulle emozioni mentre è più efficace un addestramento della mente che possa distoglierla da circoli automatici e viziosi di pensieri per liberare le sue potenzialità di esaminare, elaborare, progettare le azioni più consone ed efficaci alle necessità del presente.
L’addestrarsi ad essere consapevoli della presenza contestuale delle due facce della medaglia in ogni processo e assecondarne la loro interazione fa governare l’azione in modo diverso, fa sperimentare che se non mi oppongo, nemmeno l’altro troverà un punto in cui attaccarmi. Questo non va confuso con il subire, nel “tai-chi” non si subisce ma si assorbe l’azione dell’altro, creandogli fisicamente un vuoto e inserendola in un circuito dal quale uscirà per nostra iniziativa in un’altra direzione.
Un altro allenamento mentale consiste nel far scendere la consapevolezza dalla testa verso l’addome e a questo proposito ho già detto che parlando degli effetti del “tai-chi” un’allieva disse che le sembrava che il cervello le si fosse abbassato nel petto.
Eseguire mentalmente la sequenza di movimenti è utile inoltre per verificare quanto il movimento si è radicato nella coscienza e per poter integrare le parti mancanti, nei movimenti non interiorizzati non ci si visualizza interamente ma solo come parti; ad es. percepiamo un braccio ma non le gambe o viceversa, questo ci indica su cosa ci si deve esercitare.

La funzione intuitiva
Un giorno Zhang San Feng, un uomo molto alto e robusto che praticava arti marziali, vedendo un combattimento tra un aquila ed un serpente ebbe l’ispirazione per la codificazione della sequenza dei movimenti che avrebbero dato inizio all’attuale “tai-chi”. Si può dire che Il “tai-chi” è una disciplina nata da intuizioni; molte sono le leggende che ci sono state tramandate in tal senso. Due samurai si trovano uno di fronte all’altro, sta per iniziare una competizione dalla quale si stabilirà chi è il vincitore, sono ambedue immobili, totalmente concentrati su se stessi e contemporaneamente sull’altro, si stanno studiando, ma in modo globale devono percepire ogni battito di ciglia, non solo, ogni battito del cuore; poi improvvisamente uno lascia cadere la spada e si inchina di fronte all’altro ammettendo la sua sconfitta! Che cosa è successo? Ha visto, ha presentito tutta la strategia, la forza, la superiorità dell’avversario, ha cercato dentro di sé tutto ciò che avrebbe potuto escogitare per vincerlo ma si è reso conto della sua inferiorità. “ HA INTUITO” nel suo significato: vedere dentro.
L’intuizione non è una sensazione, non è un sentimento, non è un ragionamento, ma un contatto con l’intimo e globale senso della realtà. Scorge l’invisibile nel visibile, penetra le immediate apparenze, risale alla loro sorgente e le illumina.
Solo successivamente alla loro entrata nel campo della consapevolezza, le intuizioni sono elaborate dalla funzione mentale. I messaggi che transitano nella funzione intuitiva, offrono il loro contenuto in un tutto organico e completo nell’insieme, che in un secondo momento deve esser preso in esame, indagato dai processi cognitivi.
Bisogna distinguere: da un lato c’è la funzione intuitiva, dall’altro vi sono le intuizioni, cioè i contenuti depositati dalla funzione intuitiva nel campo della consapevolezza delle singole funzioni psicologiche. Le intuizioni non stazionano stabilmente nella funzione intuitiva che svolge il ruolo di canale in cui scorrono per raggiungere la consapevolezza.
Nietzsche disse che tutto ciò che è profondo ama le maschere, spesso le intuizioni sono ricoperte da veli simbolici, sono messaggi cifrati il cui significato non si scorge, finchè non si scopre il codice per liberarle dagli addobbi.
La psiche richiede di essere addestrata per cogliere gli indizi intuitivi in ogni manifestazione dell’esistenza. Per la psiche un granello di novità è più importante di una montagna di abitudini.(5)
Entrare nella sala dove si pratica “tai-chi” dovrebbe essere come entrare in un particolare luogo dentro di sé, dove non vigono le stesse regole quotidiane, gli stessi parametri di giudizio; un luogo dove ci si può permettere di far attenzione a cose delle quali normalmente non ci si prende cura e abbandonare, almeno temporaneamente, il modo di preoccuparci consueto.
Già se si riesce a fare questo, molti veli si aprono e si può essere più ricettivi verso i segnali che il nostro corpo in stato di quiete o in movimento ci sta mandando. Esser ricettivi vuol dire godere anche di piccole cose, poco appariscenti, apparentemente insignificanti, che però per la psiche, quindi per il nostro essere, sono un vero nutrimento.
Un antico detto cinese dice: un capello può dividere il cielo dalla terra.
Basta riuscire a vederlo e toglierlo e la terra ed il cielo si riuniranno.
La metafora vale anche per la pratica, all’inizio si fanno movimenti e correzioni molto grossolani, che poi si vanno raffinando via via sempre di più fino a diventare sottili come i capelli e in queste sottigliezze talvolta scende come una goccia di rugiada, un’intuizione che ci tocca da vicino anzi da dentro e ci svela una perla che era lì da sempre in attesa che l’ostrica venisse un giorno aperta. L’intuizione è rapida nell’apparire ma anche nello svanire se non viene consapevolizzata, evocata, rielaborata in termini che la nostra ragione possa riconoscere.
Spesso gli allievi vengono invitati ad ascoltare, ma non solo con le orecchie, a guardare ma non solo con gli occhi, perché certi stimoli ci arrivano fin dentro ed è lì, nel posto dove arrivano che si deve porre l’attenzione; vedere un movimento, può farcelo “sentire” dentro di noi più che vederlo, allora intuiremo che muoversi in quel senso non è solo spostarsi, ma è qualcosa che ci coinvolge in tutta la nostra complessa globalità di esseri fisici-psichici-spirituali. Questo addestramento promuove, favorisce un’apertura a stimoli che non di rado poi permettono collegamenti tra fatti apparentemente molto distanti che la nostra funzione intuitiva riesce a sintetizzare in un unico significato.

IL “TAI-CHI” COME VIA al sè o al SE’

Assagioli sosteneva l’esistenza del Sé transpersonale, come origine delle nostre aspirazioni ed esperienze più belle e più significative. Mentre Jung sosteneva che un essere umano non può contattare direttamente il Sé ma solo le sue immagini archetipiche, Assagioli afferma che l’uomo, in particolari condizioni, può fare un’esperienza diretta del Sé.
Argomento difficile se non impossibile è parlare “del Sé”, in realtà è più onesto ammettere che stiamo parlando “intorno al Sé” o dei riflessi del Sé.
Assagioli nel suo libro “I tipi umani”, per darci uno schema che faciliti la comprensione dei comportamenti e le caratteristiche degli esseri umani, suddivise gli stessi in sette tipologie, che si differenziano per temperamento, tendenze, attitudini, potenziali, limiti ecc. Poiché ogni uomo ha le potenzialità per fare l’esperienza del Sé transpersonale, Assagioli ha indicato per ogni tipologia quale dovrebbe essere la via che favorisce questa esperienza che nel suo obiettivo finale è uguale per tutti.
E’ evidente che la realtà di ogni essere umano difficilmente può essere confinata nei limiti di uno schema ed ognuno di noi nella maggioranza dei casi non appartiene solo ad una tipologia ma a più di una contemporaneamente, soprattutto se si considerano i vari piani del nostro essere: fisico, emotivo, mentale, spirituale. Resta peraltro il fatto che la prevalenza di una tipologia si farà notare.
Le vie al Sé rispondono a domande vitali e possono servirsi di forme e comportamenti comuni e spontanei portandoli al massimo grado di purezza e universalità, trasformandoli così in qualcosa di nuovo.
Cito a tal proposito come esempio “la cerimonia del tè”: è un atto comune che, portato al grado di perfezione richiesto da questa “via” diventa uno strumento di realizzazione personale.
Il “tai-chi” annoverato da Piero Ferrucci nel suo libro “Esperienze delle vette” tra le discipline che fanno parte della via del rito e della danza cerca di dare una risposta alla domanda: in quale modo il proprio corpo può diventare uno strumento che risponde alle istanze ed alle aspirazioni della nostra parte spirituale in questa ricerca?
Gli aspetti essenziali che hanno in comune danza, rito e “tai-chi” “possono” essere:
usano mezzi spazio-temporali, il corpo, i suoi movimenti ed estensioni come ambienti, vestiti, supporti, setting, per attingere a realtà fuori del tempo e dello spazio;
sono modi per vivere sul proprio corpo, affermare e manifestare sul piano materiale, realtà spirituali;
ritmo, ripetizione di gesti possono favorire l’abbandono da parte della coscienza dei modi abituali di procedere e di percepire, facilitando una sua espansione;
con i movimenti e l’atteggiamento interiore viene creato un campo psichico, una realtà sottile che non è definibile solo come movimento;
la realtà ordinaria, approssimativa, imprevedibile, prosaica è distinta dallo spazio e tempo “sacri” dove quello che si fa risponde a delle leggi di armonia, ordine e purezza;
instaurano un nuovo rapporto con il corpo che da simbolo della nostra individualità e precarietà esistenziale diventa luogo di incontro tra finito e infinito;
favoriscono l’afflusso di immagini e pensieri corrispondenti ai movimenti che vengono eseguiti.
La realtà di tutti i giorni richiede movimenti abituali, socialmente approvati, ripetuti meccanicamente senza attenzione per rispondere di volta in volta alle esigenze che la vita presenta.
L’individuo si forma così una sua corazza corporea, che riflette la storia emotiva accumulando scorie che con il tempo lasciano tracce. Il corpo può essere visto come costellazione di memorie e tensioni.
Tutti siamo attratti dal modo in cui si muovono le persone che sono particolarmente abili o dotate per una attività artigianale o disciplina sportiva; sembra che i loro movimenti siano senza sforzo, come se fossero governati da leggi armoniche.
Nel “tai-chi” questa armonia è spinta al massimo grado, i movimenti che si fanno non hanno nulla a che vedere con la propria storia personale, con i gesti utilitaristici del vivere quotidiano. Sono atti il cui significato trascende il contingente e che hanno la potenzialità di liberare e dare forma alle nostre aspirazioni, forse di più per noi occidentali che per i cinesi stessi che sono più legati ad idee già cristallizzate su questa disciplina.
Sono movimenti pensati e codificati da chi non ha visto il corpo solo come un insieme di ossa muscoli ed organi ma lo ha visto come creazione che rispecchia le leggi armoniche del cosmo.
Il corpo è visto anche come un sistema energetico immerso in un campo energetico invisibile e intangibile ai più e con il quale è in continua interazione.
Questa visione ha reso possibile la conoscenza di queste correnti energetiche e le leggi della loro interazione, trovando così il modo di utilizzarle e trasformarle.
Posizioni, movimenti, tecniche respiratorie portano il corpo a non esser più solo la storia delle passioni e delle debolezze individuali, ma a diventare strumento per una manifestazione dell’armonia cosmica.
Siamo immersi in un cosmo che si muove ritmicamente: le stelle, il sistema solare, la terra con le sue stagioni, il giorno e la notte; questi ritmi hanno conseguentemente indotto altri ritmi, cerimoniali più inerenti al nostro muoverci e vivere sul pianeta, sia a livello individuale che sociale.
Non si possono eludere i cerimoniali della vita, che scandiscono le attività umane e che nella stragrande maggioranza degli uomini vengono vissuti in modo passivo, inconscio e sono seguiti ciecamente al solo scopo di svolgere le funzioni necessarie al quotidiano.
Questa via esige: disciplina, ordine precisione, ritmo, armonia, non per scopi pratici ma perché queste qualità rispondono a leggi di un altro piano e una piccola caduta di uno dei requisiti può vanificare ogni sforzo.
Mi piace definire il ritmo come una sintesi tra stasi e agitazione, una sintesi che crea sul piano terreno l’armonia della perfezione della creazione.
La perseveranza è necessaria ma non basta, anche questa via, come le altre vie al Sé inizia con una lunga, paziente e severa disciplina per la conoscenza, la purificazione e trasformazione di ogni parte del corpo; purificazione non tanto nel significato cattolico che ha assunto questo termine ma nel suo significato originale: purificare = rendere un elemento, una sostanza, un organo, un essere il più adatto possibile, allo scopo per cui è stato creato. In questo senso si può dire che il “tai-chi” è un’arte di purificazione del corpo, dei suoi movimenti, che mira a liberarli da ogni orpello non atto allo scopo per cui sono stati creati.
L’esatta esecuzione e ripetizione di queste particolari serie di movimenti, in uno spazio e per un tempo dedicato solo a questo scopo, da sole non bastano.
Per contattare contenuti di un piano più sottile ed attirarli in manifestazione sul piano terreno fino a diventare esperienze personali, necessita che l’io egoico con le sue esigenze narcisistiche venga trasceso, mediante il distacco da qualsiasi scopo utilitaristico.
Eseguire una forma di “tai-chi” diventa così “meditazione in movimento”.
Liberata da qualsiasi altro scopo per me la pratica del “tai-chi” persegue la finalità definita dall’origine latina del termine meditare, “medit– are”, andare verso il centro, verso il proprio centro e diventa uno strumento per la ricerca della perfezione che è già dentro di noi.
Concludo con le parole del Maestro Zen – “Engaku Taino”, che mi ha iniziato a quest’arte e tutt’ora mi guida nel percorso di realizzazione della mia vera natura:

“Il “tai-chi” o la danza o qualunque altra arte, in sé non hanno alcuna importanza, per cui senz’altro possiamo goderci la forma, la perfezione di questa forma, ammesso che si possa parlare di perfezione.
Ciò che si dovrebbe riuscire a raggiungere – per lo meno per chi si dedica allo Zen – consiste nel praticare un’arte in cui si realizzi che il corpo non esiste, che noi non siamo il corpo che fa certi movimenti, che pur praticando una forma, siamo completamente distaccati da essa.
Ci applichiamo alla forma, prestiamo attenzione al respiro e poi noi stessi diventiamo vuoto e uno con l’universo.
Questo avviene nel “tai-chi”: l’assoluto supremo ”.

(Engaku Taino “ L’illuminazione nella vita quotidiana” Ed. Mediterranee)


Riferimenti bibliografici:

(1) Le tre vie del Tao- di Flavio Daniele
(2) Aure - di Elemire Zolla
(3) Crescere – di Piero Ferrucci
(4) Assagioli- L’atto di volontà
(5) Pier Maria Bonacina - L’uomo stellare
(6) Candace B. Pert- Molecole di emozioni
(7)M. Merleau- Ponty – Fenomenologia della percezione
(8) Umberto Galimberti – Il corpo
(9) Tai chi cuan - di H.H. Lui – T. Horwitz – S. Kimmelman